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	<title>Libri su libri &#187; narrativa italiana</title>
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	<description>Il vizio di leggere</description>
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		<title>Le città invivibili, di Domenico Cosentino</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Dec 2011 08:41:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<em><a href="http://librisulibri.it/2011/12/06/le-citta-invivibili-di-domenico-cosentino/cosentino/" rel="attachment wp-att-9964"><img class="alignleft size-medium wp-image-9964" title="cosentino" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/12/cosentino-67x100.jpg" alt="" width="67" height="100" /></a>In cantina oggi  <strong>Le città invivibili</strong>, del giovane esordiente campano <strong>Domenico Cosentino</strong>, edito da Palladino Editori. Un libro duro, quasi brutale ma addolcito nel percorso dalla forza dei legami affettivi e dal senso di appartenenza.</em>

<!--more-->

La narrativa “itinerante”, il reportage di viaggio, ha sempre esercitato un fascino particolare sui lettori  fin dai tempi del genere Gran Tour e scrittori come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rumiz">Rumiz</a> o  <a href="http://www.windoweb.it/guida/letteratura/biografia_guido_piovene.htm">Piovene</a> , per limitarci agli italiani della contemporaneità,  hanno sempre avuto un sicuro mercato, quantunque di nicchia.

Ma <strong>Domenico Cosentino</strong>, giovane e promettente scrittore campano, non appartiene di certo a questa schiera e le sue <em>Città invivibili</em>, <strong>raccolta di short stories</strong> ambientate tra Acerra e Chicago,...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><a href="http://librisulibri.it/2011/12/06/le-citta-invivibili-di-domenico-cosentino/cosentino/" rel="attachment wp-att-9964"><img class="alignleft size-medium wp-image-9964" title="cosentino" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/12/cosentino-67x100.jpg" alt="" width="67" height="100" /></a>In cantina oggi  <strong>Le città invivibili</strong>, del giovane esordiente campano <strong>Domenico Cosentino</strong>, edito da Palladino Editori. Un libro duro, quasi brutale ma addolcito nel percorso dalla forza dei legami affettivi e dal senso di appartenenza.</em></p>
<p><span id="more-9963"></span></p>
<p>La narrativa “itinerante”, il reportage di viaggio, ha sempre esercitato un fascino particolare sui lettori  fin dai tempi del genere Gran Tour e scrittori come <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Paolo_Rumiz">Rumiz</a> o  <a href="http://www.windoweb.it/guida/letteratura/biografia_guido_piovene.htm">Piovene</a> , per limitarci agli italiani della contemporaneità,  hanno sempre avuto un sicuro mercato, quantunque di nicchia.</p>
<p>Ma <strong>Domenico Cosentino</strong>, giovane e promettente scrittore campano, non appartiene di certo a questa schiera e le sue <em>Città invivibili</em>, <strong>raccolta di short stories</strong> ambientate tra Acerra e Chicago, ad onta del titolo sfuggono all’incasellamento nella categoria.</p>
<p><strong>Le città di Cosentino</strong>, infatti, <strong>sono soprattutto luoghi interiori</strong>, siti dell’animo che raccontano passioni, fallimenti, dolori, abbandoni. Frammenti di vita sparsi lungo la strada e che lo scrittore riannoda a futura memoria, per non smarrirli nel buco nero del tempo. E così ogni città diventa una ideale koinè (<em>lingua comune, n.d.r.)</em> dei sentimenti dove ritrovare amicizie perdute, amori finiti, odori gradevoli o nauseabondi,  affetti familiari .</p>
<p><strong>Riecheggiano, nell’opera di Cosentino, le tumide atmosfere</strong> di certi scrittori della beat generation, quasi a volerci ricordare che il malessere di quell’epoca, l’irrequietudine di quella gioventù, in fondo non erano  molto dissimili dal malessere e dall’irrequietudine dell’attuale, con in più lo smarrimento e il finis terrae (<em>fine della terra, n.d.r</em>) di chi ormai vive un’era di generale disfacimento, fisico e morale insieme, e di alienazione.</p>
<p>In tutto ciò <strong>le città, con la loro sporcizia,</strong> i loro miasmi, il sovraffollamento, il degrado, lo scempio cementizio, l’offesa continua alla natura (“prati sporcati da innumerevoli eiaculazioni lasciano il posto a esili alberi da frutta avvelenati da discariche nascoste sotto finte colline di terriccio”) sono il fondale perfetto di vite disilluse, sbranate, sfatte.</p>
<p><strong>Su tutto e tutti aleggia un senso continuo di morte</strong>, di putrescenza barocca, che ingrassa piacevolmente la scrittura di Cosentino e la rende matura per prove di più ampio respiro  e spessore.</p>
<p>“<em>Caserta aveva il sapore di sigarette fumate con avidità in una squallida stanza  dalle pareti scrostate  e dalla moquette color diarrea</em>”  (Caserta); “<em>E così mi ritrovo seduto su queste poltrone di plastica grigie scomode come un ananas su per il culo. Intorno gente annoiata, intorno fetore di cibo scaduto e sudore stantio</em> (Acerra)&#8221;. Sono gli incipit del primo  e dell’ultimo racconto. Aprono e chiudono, anche idealmente, una narrazione pregna di rimandi alla migliore letteratura “maudit” (<em>maledetta, n.d.r.</em>).</p>
<p><strong>Il ricordo, il rimpianto</strong>, l’inafferrabile carpe diem della felicità vengono così abilmente incastonati in un ideale album di fotografie che racconta disillusioni e promesse mancate e una quotidianità fatta più di eiezioni (<em>espulsioni, n.d.r.) </em>che di elevazioni, annegata nell’alcool e nelle sigarette.</p>
<p><strong>C’è però un’ancora in tutto questo, una corda di salvataggio</strong> che impedisce ai personaggi di Cosentino e al suo io narrante di precipitare nell’abisso, di essere inghiottiti dal vomito delle città invivibili: i legami, presenti o passati che siano, di sangue, affettivi o amicali che siano, ossia quel riconoscersi nell’appartenenza comune alla tribù degli uomini che nemmeno la morte può recidere o schernire.</p>
<p>Tanto aspro è il tono della penna di Cosentino nel descrivere il contorno, quasi fosse lo straniato visitatore di un mondo devastato da una catastrofe nucleare,tanto crepuscolare e <strong>commosso è il suo modo di richiamare  volti e gesti</strong> di coloro che hanno condiviso  il suo cammino, dall’amico libraio di Campobasso all’ anziano  (il padre?) portato in visita a Parigi per vivere una seconda infanzia, un secondo strabiliato stupore.</p>
<p><strong>Rievocazioni mai caramellose</strong>, ma che nell’affresco di sconfitte (collettive, prima ancora che individuali) dipinto dallo scrittore introducono uno squarcio di autentica poesia,una voce dissonante nel ritmo monocorde dell’invivibilità.</p>
<p><strong>Alla faccia dei replicanti che hanno invaso il pianeta</strong>, verrebbe da dire. Loro e la loro immondizia, materiale e spirituale.</p>
<h2><span style="color: #888888;">Cenni sull&#8217;autore<br />
</span></h2>
<h2></h2>
<div>
<div><strong>Domenico Cosentino</strong> nasce a Pomigliano d’Arco (Na) nel 1982 e molto probabilmente morirà a Pomigliano d’Arco.</div>
<div>Ha pubblicato <em>Meglio per tutti dare la colpa a me</em> (Graus, 2009), <em>Addio Kind of blue</em> (Villaggio Maori, 2010), <em>Come un calzino bucato </em>( Il Papavero edizioni, 2011), <em>When the saints&#8230;</em> (Villaggio Maori, 2011).</div>
</div>
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		<title>Mammut, di Antonio Pennacchi</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Oct 2011 13:57:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<em><a href="http://librisulibri.it/2011/10/07/mammut-di-antonio-pennacchi/pennacchi/" rel="attachment wp-att-9821"><img class="alignleft size-medium wp-image-9821" title="pennacchi" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/10/pennacchi-64x100.jpg" alt="" width="64" height="100" /></a>Oggi tocca un assaggio di <strong>Mammut</strong>, di <strong>Antonio Pennacchi</strong>, Einaudi. Un vino vecchio ma non troppo, dal gusto semplice dei tempi andati, con un leggero retrogusto affilato. </em>

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<em>«... Siamo una classe estinta. Ci siamo estinti già da un pezzo. Come il bisonte dell’Europa. Come i mammut... ».</em>

<strong>Sta forse tutto in questa frase,</strong> pronunziata dal protagonista ai suoi compagni di fabbrica nel discorso d’addio ,<strong> il senso di un romanzo come Mammut</strong>, esordio letterario inizialmente pluri -rifiutato di Antonio Pennacchi, l’operaio-scrittore assurto agli onori dell’Olimpo letterario nazionale con "Canale Mussolini".

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<p><span id="more-9818"></span></p>
<p><em>«&#8230; Siamo una classe estinta. Ci siamo estinti già da un pezzo. Come il bisonte dell’Europa. Come i mammut&#8230; ».</em></p>
<p><strong>Sta forse tutto in questa frase,</strong> pronunziata dal protagonista ai suoi compagni di fabbrica nel discorso d’addio ,<strong> il senso di un romanzo come Mammut</strong>, esordio letterario inizialmente pluri -rifiutato di Antonio Pennacchi, l’operaio-scrittore assurto agli onori dell’Olimpo letterario nazionale con &#8220;Canale Mussolini&#8221;.</p>
<p>Antonio Pennacchi da Latina, autore dai modi eccentrici e dal logorroico eloquio romanesco, ultimamente sta facendo parlare di sé più per le istrioniche apparizioni televisive, dove invade la scena con una esuberanza dialettica che smorza sul nascere qualunque tentativo del malcapitato intervistatore di riprendere il controllo della trasmissione, che per l’indubbio valore della sua produzione letteraria.</p>
<p>C’è il rischio, dunque, che il “personaggio” Pennacchi sovrasti a lungo andare lo scrittore Pennacchi e questo sarebbe di gran danno alla nostra narrativa contemporanea, perché <strong>Pennacchi è uno di quegli scrittori che col suo stile “neorealista”</strong> sta riportando sulla terra il romanzo italiano, liberandolo da tre decenni buoni di masturbazioni intimiste, conflitti familiari, giovanilismi, alienazioni urbane, thriller , cyber-stories e pulp-stories .</p>
<p><strong>Alla penna dello scrittore laziale</strong>,invece, <strong>piace affondare il suo inchiostro nel passato del nostro Paese</strong>, si tratti  dell’epopea della bonifica delle Pontine (Canale Mussolini) o del canto del cigno dell’operaismo duro e puro ante-globalizzazione (Mammut).</p>
<p>E lo fa <strong>con uno stile graffiante, semplice e immediato</strong>, quasi una narrazione “in presa diretta” che ricorda, per il modo con cui dà voce ai suoi personaggi e per il fondale contadino o operaio delle storie, la migliore letteratura italiana dell’immediato dopoguerra, prima che il Gruppo 63 e la sua mania di sperimentalismo inaugurassero una stagione di letterati e letterature “belli perché impossibili” e ci lasciassero in eredità, insieme a prodotti di indiscutibile pregio, anche parecchia paccottiglia sovrastimata.</p>
<p>Pure in quest’esordio, come nel recente &#8220;Acciaio&#8221; della giovanissima Silvia Avallone, c’è <strong>una fabbrica metalmeccanica al centro della vicenda</strong> e delle umane esistenze. Ma se Acciaio è il racconto della vita “oltre e malgrado” la fabbrica, Mammut è la vita “nella fabbrica e per la fabbrica”.</p>
<p>Più nel dettaglio,<strong> è il racconto della titanica lotta tra Benassa</strong>, fumino agitatore sindacale dalle mille iniziative, <strong>e la sua azienda,</strong> quella Supercavi che ricorda tanto la Fulgorcavi dove lo stesso Pennacchi ha lavorato fino all’età di cinquant’anni. Facile dunque pensare che Benassa altri non sia che lo stesso scrittore e tanti sono in effetti i punti di contatto tra i due, non ultima l’iscrizione in tarda età alla facoltà di Lettere.</p>
<p>Una biografia, dunque? No, <strong>Mammut</strong> è molto di più: <strong>è la storia </strong>di un passaggio del Mar Rosso, <strong>di una linea di confine</strong>, nell’universo dei rapporti di  lavoro, tra un prima che ormai sembra lontanissimo nel tempo e un dopo che è il nostro presente, fatto di delocalizzazioni, precariato, fratture insanabili nell’unità sindacale, asservimento del fattore lavoro alle logiche e alle strategie delle grandi holding e dell’alta finanza.</p>
<p>Letto con gli occhi di oggi, Benassa e il suo CdF vecchia maniera, con le loro occupazioni, i loro cortei, le loro infinite e infuocate contrattazioni, sembrano provenire da un altro lontanissimo pianeta. Eppure <strong>è cronaca di appena qualche lustro fa,</strong> prima che la caduta del muro di Berlino e lo sviluppo del capitalismo nei Paesi emergenti sconvolgesse, con l’impeto di quel vento liberista che solo negli ultimi tempi -complice la crisi- sembra essersi affievolito, ruoli e preminenze, bisogni e aspirazioni, diritti e doveri.</p>
<p><strong>Nulla è rimasto più come prima</strong>, a partire dalla stessa figura dell’operaio (il mammut) e dalla sua importanza nei processi produttivi, sostituiti dall’automazione e da nuove realtà professionali (pensiamo agli operatori dei call-center) altrettanto, se non più, marginali all’interno delle dinamiche sociali.</p>
<p><strong>Un proletariato giovane, istruito e in giacca e cravatta</strong> che ha preso  il posto delle licenze elementari e delle tute sporche di grasso e che ha l’impellente necessità, prima ancora dell’aumento salariale, di vedersi confermato il pidocchioso contratto a termine da 400 euro al mese. Troppo anche per Benassa.</p>
<p>Ma il mondo che s’affaccia all’orizzonte già alla fine degli anni ottanta (periodo in cui si chiude il romanzo) non travolgerà solo lui. <strong>C’è un altro personaggio nel libro</strong> che sembra il suo esatto contraltare, un personaggio persino commovente nel suo romantico anacronismo: Traveylo , il classico padre-padrone vecchio stampo, scaltro e paternalista, cazzotti sul tavolo e buffetti affettuosi, destinato anch’egli a sparire nei gorghi vorticosi del nuovo che s’avanza, rimpiazzato da algide  e impersonali entità  economiche dai complicati nomi stranieri, infinite matrioske societarie di cui è impossibile trovare la testa. Figurarsi il cuore…</p>
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		<title>Silver Moon &#8211; Lo stregone del mare di Diana Lanciotti</title>
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		<pubDate>Tue, 05 Jul 2011 05:00:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenza</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<a rel="attachment wp-att-9579" href="http://librisulibri.it/2011/07/05/silver-moon-lo-stregone-del-mare-di-diana-lanciotti/silvermoon/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9579" title="silvermoon" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/07/silvermoon-68x100.jpg" alt="" width="68" height="100" /></a><em><strong>Silver Moon</strong> è il nome di una barca, <strong>Lo stregone del mare</strong> è Michel de Martigny, <strong>Paco Editore</strong> è una casa editrice i cui proventi contribuiscono ad incrementare il <strong>Fondo Amici di Paco</strong>, e Paco è un cane, e l’obiettivo del Fondo è aiutare gli animali. Capito tutto?</em><!--more-->

<strong>Forse no, visto il modo convulso</strong> in cui ho scritto l’incipit di questo articolo. E allora ricomincio.

<strong>Silver Moon – Lo stregone del mare</strong> (uscito nel lontano 2010) è l’ultimo romanzo di <a title="www.dianalanciotti.it" href="http://www.dianalanciotti.it/index.php" target="_blank">Diana Lanciotti</a> che è pure giornalista, pubblicitaria, fondatrice del Fondo Amici di Paco, direttore editoriale di Paco Editore e altro che non scrivo ché finisco lo spazio.

<strong>Mi...]]></description>
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		//--></script></span><p><a rel="attachment wp-att-9579" href="http://librisulibri.it/2011/07/05/silver-moon-lo-stregone-del-mare-di-diana-lanciotti/silvermoon/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9579" title="silvermoon" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/07/silvermoon-68x100.jpg" alt="" width="68" height="100" /></a><em><strong>Silver Moon</strong> è il nome di una barca, <strong>Lo stregone del mare</strong> è Michel de Martigny, <strong>Paco Editore</strong> è una casa editrice i cui proventi contribuiscono ad incrementare il <strong>Fondo Amici di Paco</strong>, e Paco è un cane, e l’obiettivo del Fondo è aiutare gli animali. Capito tutto?</em><span id="more-9578"></span></p>
<p><strong>Forse no, visto il modo convulso</strong> in cui ho scritto l’incipit di questo articolo. E allora ricomincio.</p>
<p><strong>Silver Moon – Lo stregone del mare</strong> (uscito nel lontano 2010) è l’ultimo romanzo di <a title="www.dianalanciotti.it" href="http://www.dianalanciotti.it/index.php" target="_blank">Diana Lanciotti</a> che è pure giornalista, pubblicitaria, fondatrice del Fondo Amici di Paco, direttore editoriale di Paco Editore e altro che non scrivo ché finisco lo spazio.</p>
<p><strong>Mi incontro con questo libro e mi dico che si</strong>, perché no, ho voglia di leggere un bel romanzo che parla di Elisa che fa la fotografa e si separa dal marito, e allora la figlia smette di mangiare e diventa quasi anoressica finché incontra Spillo, cagnolino randagio con il quale comincia un’intensa storia d’amore.</p>
<p><strong>E allora Margherita, la bimba,</strong> si riprende, fino a quando Spillo fa un incidente in auto (non guidava lui) e per Elisa e Margherita comincia un periodo veramente ma veramente duro, e pare che l’unica soluzione sia chiedere l’aiuto di Michel de Martigny, considerato uno stregone con magici poteri terapeutici che però sembra un pazzoide. E sottolineo sembra.</p>
<p><strong>E allora mettete insieme un cane,</strong> il mare, l’amore di una madre per la figlia e di una bimba per un cane, di un padre per una figlia e di un uomo per il mare e avrete Silver Moon – Lo stregone del mare.</p>
<p><strong>L’ho letto tutto d’un fiato e ho scoperto che</strong> non solo ho aiutato la mia passione per la lettura inserendo un bel romanzo nella mia libreria, ma comprandolo ho anche aiutato il <a title="www.amicidipaco.it" href="http://www.amicidipaco.it/article.php?story=20101007114630428" target="_blank"><strong>Fondo Amici di Paco</strong></a>, associazione senza fini di lucro che promuove le <strong>attività a tutela degli animali e previene il randagismo.</strong></p>
<p><strong>Due buone azioni </strong>con un Paco solo. Forte, no?</p>
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		<title>Libri da leggere: Siculospremuta, di Antonino Cangemi</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Jun 2011 13:30:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Francesco Caruso</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<em><a rel="attachment wp-att-9528" href="http://librisulibri.it/2011/06/22/libri-da-leggere-siculospremuta-di-antonino-cangemi/siculospremuta/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9528" title="siculospremuta" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/06/siculospremuta-67x100.jpg" alt="" width="67" height="100" /></a>Tra i <strong>libri da leggere</strong> se non ora quando, annotate S<strong>iculospremuta</strong>, di <strong>Antonino Cangemi</strong>, prodotto dalle cantine della<strong> Dario Flaccovio</strong>. Un vino frizzantino che regala il sapore agrodolce della vera Sicilia. In vino veritas insomma, e mai detto fu più appropriato per la nostra cantina dei libri...</em>

<em><!--more--></em><strong>Li chiamano “luoghi comuni”.</strong> Sono convincimenti sedimentati nel tempo sui vizi e le virtù di una popolazione, di una categoria professionale, di una religione, di una  pubblica istituzione. Nel vorticoso cangiare di cose e persone determinato dallo scorrere degli anni e delle generazioni, il luogo comune è una delle poche certezze, perché resta sempre e ostinatamente fedele a se stesso, immobile, insensibile...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><a rel="attachment wp-att-9528" href="http://librisulibri.it/2011/06/22/libri-da-leggere-siculospremuta-di-antonino-cangemi/siculospremuta/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9528" title="siculospremuta" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/06/siculospremuta-67x100.jpg" alt="" width="67" height="100" /></a>Tra i <strong>libri da leggere</strong> se non ora quando, annotate S<strong>iculospremuta</strong>, di <strong>Antonino Cangemi</strong>, prodotto dalle cantine della<strong> Dario Flaccovio</strong>. Un vino frizzantino che regala il sapore agrodolce della vera Sicilia. In vino veritas insomma, e mai detto fu più appropriato per la nostra cantina dei libri&#8230;</em></p>
<p><em><span id="more-9524"></span></em><strong>Li chiamano “luoghi comuni”.</strong> Sono convincimenti sedimentati nel tempo sui vizi e le virtù di una popolazione, di una categoria professionale, di una religione, di una  pubblica istituzione. Nel vorticoso cangiare di cose e persone determinato dallo scorrere degli anni e delle generazioni, il luogo comune è una delle poche certezze, perché resta sempre e ostinatamente fedele a se stesso, immobile, insensibile a qualsiasi moda e cambiamento.</p>
<p>Passano i secoli, il “progresso” stravolge la vita di una nazione e i costumi o persino l’indole dei suoi cittadini ma gli inglesi resteranno sempre meticolosi, i francesi spocchiosi, i tedeschi ottusi e disciplinati.</p>
<p>Tuttavia bisogna ammettere che <strong>un fondo di verità nei luoghi comuni c’è sempre </strong>ed è quel fondo che correla, parlando di un popolo, i suoi difetti e i suoi pregi alla Storia, alle vicende che ne hanno sancito i destini. La Storia diventa allora una sorta di seconda pelle che è raro, per chi nasce e cresce in certi luoghi, riuscire a togliersi.</p>
<p>Antonino Cangemi, dirigente della Regione siciliana e collaboratore di quotidiani e riviste, questa regola non scritta deve averla tenuta bene a mente nell’accingersi a dare alle stampe il suo delizioso <strong>Siculospremuta</strong>, carrellata sapida e ironica dei vizi (tanti) e delle virtù (poche) della Sicilia e dei siciliani.</p>
<p>Partendo dai proverbi e dai caratteristici modi di dire dell’isola, <strong>Cangemi affonda il coltello nella piaga delle innumerevoli mende </strong>(mancanze, n.d.r.) e degli atavici ritardi di una terra segnata più di altre dalle tragedie del passato e dagli errori dei troppi padroni stranieri che l’hanno brutalmente posseduta e altrettanto brutalmente depredata.</p>
<p>Secoli di dominazioni indifferenti allo sviluppo sociale ed economico dell’isola hanno così forgiato alla fine un tipo umano, <strong>il siciliano, </strong>diffidente, parco di parole, orgoglioso, vanaglorioso, teatrale fino all’istrionismo,verghianamente attaccato alla “roba”, sensibile alle formalità e alla “scenografia”, prono verso il potere e <strong>incline ad una stolta ammirazione per la furbizia</strong> e la gaglioffaggine altrui.</p>
<p>Emblematica, a tal proposito, è l’espressione “<strong>chiddu è un curnutu” </strong>, che non indica soltanto una persona colpita dal “lutto” (perché tale nell’isola è reputato) del tradimento, ma anche, con un sottofondo di stima reso evidente dalla mimica facciale, l’individuo scaltro e maneggione, il faccendiere, l’intrallazzatore, quello che sa curare a meraviglia  i propri interessi e non lo metti nel sacco facilmente.</p>
<p>Con simili presupposti e con un elettorato a cui poco ha importato e importa della qualità e della statura morale dei suoi rappresentanti (buoni a prescindere purché si dimostrino pronti ad esaudire i nostri bisogni particolari, leciti o meno che siano), è ovvio che<strong> la classe politica isolana abbia poi replicato nelle alte sedi decisionali tutte queste lacune </strong>e tutte queste imperfezioni dell’animo siciliano, regalando alla Sicilia sessant’ anni di autonomia fatti di totale incuria verso l’interesse collettivo, uso clientelare della leva occupazionale, organici di mamma Regione gonfiati a dismisura, cura maniacale delle “putìe”(botteghe) di partito dove ricevere i propri postulanti e altrettanto inflessibile strafottenza nei confronti del bene comune.</p>
<p>Il libro di Cangemi, però, non è soltanto un mesto elenco di <em>cahiers de doleances </em>(elenco di lamentele, n.d.r.). Sbaglierebbe chi pensasse di trovarsi di fronte a un plumbeo e disfattistico resoconto di ciò che la Sicilia è e non dovrebbe essere, a partire dal cancro mafioso. Come tutti i siciliani, volenti o nolenti figli di Brancati e Pirandello, <strong>Cangemi non sfugge all’alternanza del comico e del tragico.</strong></p>
<p>E come tutti i siciliani, neppure lui riesce a celare il segreto compiacimento di appartenere ad una “razza” particolare, dove anche i difetti hanno un loro riflesso positivo e concorrono a formare la “specialità” della Trinacria e dei suoi abitanti, a cominciare dal gallismo e dal culto pagano della “fimmina”.</p>
<p>Di conseguenza <strong>l’autore, con una prosa elegante infarcita di dotti rimandi alle opere degli scrittori </strong>e degli studiosi che in passato si sono occupati di sicilianità, non ci priva del piacere di informarci, ad esempio, che “ragioniere”, al contrario di dottore e professore, è un epiteto che designa in Sicilia il popolano che ha studiato e sa far di conto, un “viddanu arrinisciutu” (villano riuscito, n.d.r) insomma, qualcosa in più di “cucì” (cugino) e di “pinù” (Pinuccio, n.d.r.), che nella scala sociale di un popolo estremamente attento alle forme (eredità della lunga dominazione iberica, insieme alla passione per l’impiego pubblico) occupano l’ultimissimo gradino.</p>
<p>Ma <strong>l’elenco delle prelibatezze della pasticceria etnologica di Cangemi potrebbe continuare all’infinito,</strong> tra espressioni tipiche e adagi di origine contadina che hanno modellato nel corso dei secoli lo spirito di una popolazione tanto acuta d’ingegno quanto frenata dal suo celeberrimo fatalismo (ci sono sempre dei “turchi” dietro l’angolo pronti a distruggere ciò che si è faticosamente costruito) e da un radicato individualismo che ne ha condizionato pesantemente le sorti, compromettendone le possibilità di crescita (basti pensare al sostanziale fallimento dell’istituto cooperativistico, che altrove ha rappresentato un eccellente volano di benessere) e l’affrancamento dal servaggio della cattiva politica e del leviatano affaristico-mafioso.</p>
<p>In tutto questo<strong> la famiglia, unico Stato sovrano a cui il siciliano si assoggetta </strong>volentieri, resta la sola autorità riconosciuta e la sola formazione sociale per la quale egli  abdica al suo solipsismo. Fino al punto, nonostante appartenga ad un consesso noto per le scabrosità caratteriali  e la refrattarietà alle svenevolezze, di essere solito chiamare il coniuge, nell’intimo del focolare domestico, col lezioso appellativo di “curù” (cuore) o “gioiu”…</p>
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		<title>Non chiedere perché di Franco di Mare, la recensione</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Jun 2011 05:00:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aurelio Quartararo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
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		<category><![CDATA[recensioni libri]]></category>
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		<description><![CDATA[<a rel="attachment wp-att-9404" href="http://librisulibri.it/2011/06/13/non-chiedere-perche-di-franco-di-mare-la-recensione/nonchiedereperche/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9404" title="nonchiedereperché" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/06/nonchiedereperché-62x100.jpg" alt="" width="62" height="100" /></a><em><strong>Non chiedere perché è un altro "libro su libro"</strong> interessante che ho avuto la fortuna di leggere, edito da <strong>Rizzoli </strong>e scritto da <strong>Franco Di Mare</strong>, noto giornalista e conduttore televisivo. Un opera prima che ci rivela già dal suo esordio un sorprendente talento narrativo.<!--more--></em>

<strong>La storia è ispirata a vicende realmente accadute</strong> durante il conflitto sanguinario dell'ex Jugoslavia: il giornalista Marco De Luca, reporter di guerra, torna dopo quasi vent'anni a Sarajevo per dare l'ultimo saluto ad un amico morente. Ripercorrere quei luoghi e camminare su quelle strade, dove i cecchini sparavano a qualsiasi cosa si muovesse, porterà alla luce tanti brutti ricordi, ma anche un episodio che ha...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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<p><strong>La storia è ispirata a vicende realmente accadute</strong> durante il conflitto sanguinario dell&#8217;ex Jugoslavia: il giornalista Marco De Luca, reporter di guerra, torna dopo quasi vent&#8217;anni a Sarajevo per dare l&#8217;ultimo saluto ad un amico morente. Ripercorrere quei luoghi e camminare su quelle strade, dove i cecchini sparavano a qualsiasi cosa si muovesse, porterà alla luce tanti brutti ricordi, ma anche un episodio che ha cambiato per sempre la sua vita.</p>
<p><strong>Durante uno dei tanti servizi</strong> in un orfanotrofio appena bombardato, incontrerà gli occhi di una bambina che si legheranno al suo cuore con un sottilissimo filo inscindibile. Un grande atto d&#8217;amore che lo porterà a compiere, attraverso mille peripezie, la follia più saggia della sua vita.</p>
<p><strong>Un romanzo fluido, commovente ed emozionante</strong>, che non si riesce a smettere di leggere tanta è la curiosità disconoscere le sorti di Marco e della bambina. La riflessione più naturale che mi è venuta in mente, leggendo <strong><em><a title="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it" href="http://rizzoli.rcslibri.corriere.it/libro/4462_non_chiedere_perche_di_mare.html" target="_blank">Non chiedere perché</a></em></strong>, è che in un paese dove la guerra stravolge le quotidianità e si rischia la vita per un nonnulla, la generosità umana ha ancora forza di germogliare, regalandoci la speranza che la bontà umana non è solo una mera utopia.</p>
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		<title>La notte sognavamo Brigitte Bardot di Manlio Elio Massara. La recensione</title>
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		<pubDate>Thu, 26 May 2011 08:09:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Aurelio Quartararo</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[la notte sognavamo brigitte bardot]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni libri]]></category>
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		<description><![CDATA[<em><strong><a rel="attachment wp-att-9176" href="http://librisulibri.it/2011/05/26/la-notte-sognavamo-brigitte-bardot-di-manlio-elio-massara-la-recensione/brigitte/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9176" title="Brigitte" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/Brigitte-71x100.jpg" alt="" width="71" height="100" /></a>La notte sognavamo Brigitte Bardot,</strong> di<strong> Manlio Elio Massara</strong>, edizioni La Zisa, racconta l'altra gioventù dei favolosi anni sessanta, quella che non sognava Che Guevara. </em>

<!--more--><strong>Il romanzo che ho appena letto ha un titolo seducente</strong>, come lo è l'immagine della copertina che ritrae una Brigitte Bardot in una posa sensuale e con uno sguardo languido che cattura l'attenzione. <strong>La notte sognavamo Brigitte Bardot</strong> di <strong>Manlio Elio Massara</strong>,  è un romanzo di formazione a carattere autobiografico.

<strong>Il romanzo viaggia sui binari dei ricordi </strong>che riaffiorano grazie al ritrovamento - nei vani di una libreria-  di una scatola piena di lettere e fotografie. Come in un caleidoscopio appaiono immagini che conducono...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><strong><a rel="attachment wp-att-9176" href="http://librisulibri.it/2011/05/26/la-notte-sognavamo-brigitte-bardot-di-manlio-elio-massara-la-recensione/brigitte/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9176" title="Brigitte" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/Brigitte-71x100.jpg" alt="" width="71" height="100" /></a>La notte sognavamo Brigitte Bardot,</strong> di<strong> Manlio Elio Massara</strong>, edizioni La Zisa, racconta l&#8217;altra gioventù dei favolosi anni sessanta, quella che non sognava Che Guevara. </em></p>
<p><span id="more-9175"></span><strong>Il romanzo che ho appena letto ha un titolo seducente</strong>, come lo è l&#8217;immagine della copertina che ritrae una Brigitte Bardot in una posa sensuale e con uno sguardo languido che cattura l&#8217;attenzione. <strong>La notte sognavamo Brigitte Bardot</strong> di <strong>Manlio Elio Massara</strong>,  è un romanzo di formazione a carattere autobiografico.</p>
<p><strong>Il romanzo viaggia sui binari dei ricordi </strong>che riaffiorano grazie al ritrovamento &#8211; nei vani di una libreria-  di una scatola piena di lettere e fotografie. Come in un caleidoscopio appaiono immagini che conducono a piccoli passi la memoria dell&#8217;autore, così che ci ritroviamo dentro le sue storie, che vanno dalle sassaiole tra bambini di opposti quartieri, alle vicende di adolescenti alle prese con i primi turbamenti sessuali.<strong> </strong>Turbamenti che prendono vita <strong> </strong>anche attraverso le gambe scoperte di Brigitte Bardot, nel film &#8220;La ragazza del peccato&#8221;.</p>
<p><strong>Il romanzo si muove al ritmo di una colonna sonora anni 60 </strong>con tutto il fermento che il mondo stava attraversando in quel periodo, dallo sbarco sulla luna al movimento studentesco.Tali rivoluzioni a Palermo arrivavano in sordina, come dice lo stesso autore, ricordando che l&#8217;ideale di libertà era dato dal poter uscire fino a tardi con le ragazze o magari tenere un abbigliamento trasgressivo piuttosto che da un fermento politico o una fede ideologica.</p>
<p><strong>Tra le pagine del romanzo si sente per intero il profumo di nostalgia </strong>che l&#8217;autore ha di quegli anni. La bravura di Massara sta nel saper raccontare tali vicende nella loro assoluta semplicità, senza artefatti nè giochi si stile, la sapiente mano dello scrittore ci accompagna con una guida garbata nei meandri della &#8220;sicilianità&#8221;, attraverso i luoghi meravigliosi pieni di pregiata arte ma anche attraverso i vizi (la mafia, per citarne uno) che sporcano come un vile spregio tali bellezze. Un esordio promettente, <strong>consiglio vivamente questo libro agli amanti dell&#8217;amarcord.</strong></p>
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		<title>Vangelo del cavolo di Edoardo Monti. La recensione</title>
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		<pubDate>Fri, 20 May 2011 10:53:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elda</dc:creator>
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		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni libri]]></category>
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		<description><![CDATA[<em><a rel="attachment wp-att-9115" href="http://librisulibri.it/2011/05/20/vangelo-del-cavolo-di-edoardo-monti-la-recensione/vangelo-cavolo/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9115" title="vangelo cavolo" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/vangelo-cavolo-100x75.jpg" alt="" width="100" height="75" /></a>Il <strong>Vangelo del cavolo, </strong>opera prima di narrativa <strong>di</strong> <strong>Edoardo Monti,</strong> edito da <strong>I Libri di Emil </strong> fa riflettere: quanto incide la differenza generazionale sull'efficacia della critica di un testo?
</em>

<!--more--><strong>In 14 istantanee, scattate in 85 pagine</strong>, l’obiettivo di<strong> Vangelo del cavolo</strong> punta sul cinismo umano. Si sofferma fugacemente sui piccoli meccanismi, innescati per caso o per calcolo, in cui l’uomo inciampa al fine di ottenere un riconoscimento sociale o un obiettivo.

<strong>14 momenti di ordinaria immoralità</strong> più o meno consapevoli, in cui il flusso del pensiero sovrasta la descrizione di ambienti, situazioni e personaggi che sembrano essere lì al solo scopo di dare voce alle riflessioni dell’autore.

<strong>Titolo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><a rel="attachment wp-att-9115" href="http://librisulibri.it/2011/05/20/vangelo-del-cavolo-di-edoardo-monti-la-recensione/vangelo-cavolo/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9115" title="vangelo cavolo" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/vangelo-cavolo-100x75.jpg" alt="" width="100" height="75" /></a>Il <strong>Vangelo del cavolo, </strong>opera prima di narrativa <strong>di</strong> <strong>Edoardo Monti,</strong> edito da <strong>I Libri di Emil </strong> fa riflettere: quanto incide la differenza generazionale sull&#8217;efficacia della critica di un testo?<br />
</em></p>
<p><span id="more-9114"></span><strong>In 14 istantanee, scattate in 85 pagine</strong>, l’obiettivo di<strong> Vangelo del cavolo</strong> punta sul cinismo umano. Si sofferma fugacemente sui piccoli meccanismi, innescati per caso o per calcolo, in cui l’uomo inciampa al fine di ottenere un riconoscimento sociale o un obiettivo.</p>
<p><strong>14 momenti di ordinaria immoralità</strong> più o meno consapevoli, in cui il flusso del pensiero sovrasta la descrizione di ambienti, situazioni e personaggi che sembrano essere lì al solo scopo di dare voce alle riflessioni dell’autore.</p>
<p><strong>Titolo dopo titolo, si incontrano teste senza corpo né storia</strong> in cui il lettore entra, vedendone per un attimo il flusso dei pensieri. Ma Joyce (e giusto lui) docet , quel flusso raramente è lineare e nel Vangelo del cavolo a volte bisogna riavvolgere e rileggere, alla ricerca di quel capo e di quella coda che fanno di un’idea una storia e poi un racconto.</p>
<p><strong>Eh sì, tocca ammetterlo. Per me il racconto è</strong> quello che porta la firma di tipi come J.Cortázar,  R.Carver, I.Calvino, B.Gasperini, per citare alcuni tra i più amati. Il racconto inteso cioè come componimento in prosa che ha una struttura armonica, una definizione chiara e un suo perché.</p>
<p><strong>Epperò qui, a parte il de gustibus,</strong> temo entri  in gioco l’incidenza di un gap(pino) generazionale che, per onestà personale e rispetto ad un “largo ai giovani” ben predicato e mal razzolato, sarebbe scorretto non considerare. Edoardo Monti è nato dieci anni dopo di me. Un soffio, dieci anni, ma denso, come ogni decade, di accadimenti che formano individui con diversi bagagli culturali e modelli narrativi.</p>
<p><strong>Il Vangelo del cavolo segue modelli </strong>che, forse proprio alla luce di queste diversità, non mi appartengono ma che potrebbero stimolare la curiosità e l’interesse di un lettore più contemporaneo di me. Tanto più perché  la scrittura è agile, fluida e gradevole.</p>
<p><strong>L’autore stesso, alla fine del libro</strong>, in una sorta di invito ai lettori a consacrarlo scrittore aldilà degli intrallazzi e dei compromessi del mondo editoriale, si definisce uno che: “<em>sa scrivere in modo discreto, anche gradevole quando vuole. E due-tre pagine, quando richiesto, le potrà stendere in ogni occasione.</em>”</p>
<h3><span style="color: #888888;">LINK DI APPROFONDIMENTO:</span></h3>
<ul>
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		<title>La strada dritta. Il romanzo dell&#8217;autostrada del Sole di Francesco Pinto</title>
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		<pubDate>Wed, 18 May 2011 06:00:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elda</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[francesco pinto]]></category>
		<category><![CDATA[la strada dritta]]></category>
		<category><![CDATA[Mondadori]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<em><strong><a rel="attachment wp-att-9055" href="http://librisulibri.it/2011/05/18/la-strada-dritta-il-romanzo-dellautostrada-del-sole-di-francesco-pinto/autosole/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9055" title="autosole" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/autosole-70x100.jpg" alt="" width="70" height="100" /></a>La strada dritta.Il romanzo dell'autostrada del Sole</strong> scritto da <strong>Francesco Pinto</strong>, edizioni Mondadori. Una gloria italiana tutta da scoprire.</em>

<!--more--><em>"Gli italiani nati dopo il 1964 non si sono mai posti il problema della presenza di una rete autostradale, a più corsie, da percorrere in automobile, con velocità diverse da quelle del centro urbano". (</em><a href="http://www.wuz.it/recensione-libro/5810/strada-dritta-francesco-pinto.html" target="_blank">Wuz</a>)

<strong>Francesco Pinto</strong>, direttore del centro di produzione Rai di Napoli, invece, quella rete autostradale, che dalla nebbia di Milano porta al sole di Napoli, l’ha vista appena nata:
<blockquote>"<em>Ero bambino, e un giorno mio padre mi caricò in macchina, accese l'autoradio e mi portò a vedere l'<strong>Autosole</strong> appena costruita. Partimmo da Napoli la mattina, pranzammo nel...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><strong><a rel="attachment wp-att-9055" href="http://librisulibri.it/2011/05/18/la-strada-dritta-il-romanzo-dellautostrada-del-sole-di-francesco-pinto/autosole/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9055" title="autosole" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/autosole-70x100.jpg" alt="" width="70" height="100" /></a>La strada dritta.Il romanzo dell&#8217;autostrada del Sole</strong> scritto da <strong>Francesco Pinto</strong>, edizioni Mondadori. Una gloria italiana tutta da scoprire.</em></p>
<p><span id="more-9052"></span><em>&#8220;Gli italiani nati dopo il 1964 non si sono mai posti il problema della presenza di una rete autostradale, a più corsie, da percorrere in automobile, con velocità diverse da quelle del centro urbano&#8221;. (</em><a href="http://www.wuz.it/recensione-libro/5810/strada-dritta-francesco-pinto.html" target="_blank">Wuz</a>)</p>
<p><strong>Francesco Pinto</strong>, direttore del centro di produzione Rai di Napoli, invece, quella rete autostradale, che dalla nebbia di Milano porta al sole di Napoli, l’ha vista appena nata:</p>
<blockquote><p>&#8220;<em>Ero bambino, e un giorno mio padre mi caricò in macchina, accese l&#8217;autoradio e mi portò a vedere l&#8217;<strong>Autosole</strong> appena costruita. Partimmo da Napoli la mattina, pranzammo nel Mottagrill alle porte di Roma e tornammo indietro con l&#8217;impressione di aver toccato con mano la modernità. Era un Paese che voleva correre. Allora puntavamo in alto, eravamo orgogliosi, ambiziosi e coraggiosi</em>&#8220;.</p>
<h6 style="text-align: center;"><a href="http://ilmiolibro.kataweb.it/booknews_dettaglio_recensione.asp?id_contenuto=3722841" target="_blank">Il mio libro.it</a></h6>
</blockquote>
<p>Tanti anni dopo, quel paese orgoglioso e quel capolavoro d’asfalto  lungo 755 chilometri, cui nel 1964 il MoMa di NewYork dedicò una mostra dal titolo <em>Un’opera d’arte italiana</em>, Francesco Pinto li ha raccontati ne <strong><em>La strada dritta</em></strong>. <strong><em>Il romanzo dell’Autostrada del Sole</em></strong>, in un misto di realtà, immaginazione e fantasia.</p>
<p>A fare da sfondo sono<strong> il progetto e la realizzazione di quell’anello stradale</strong> che oggi , noi che siamo nati dopo il 1964, percorriamo ignari e indifferenti ma su cui nessuno, nel  1956, avrebbe scommesso una lira bucata. L’impresa era titanica, non c’erano né i soldi né l’esperienza eppure Fedele Cova<span style="color: #ff6600;">*</span>, l’allora presidente della Cementir, accettò la sfida.</p>
<p>E anche se il Fedele Cova della <strong><em>Strada dritta</em></strong>, pur essendo un personaggio reale, è “romanzato” dall’immaginazione dell’autore che, deliberatamente, non ha voluto documentarsi presso i parenti, il suo ruolo è stato determinante.</p>
<p>Con Fedele Cova, <strong>migliaia di “piccoli” uomini decisero di partecipare a quella grande opera</strong>, ognuno con la propria piccola speranza:  guadagnare abbastanza da potersi sposare, da far studiare il figlio o da permettersi di tornare a casa, al sud. Ma tutti, nel racconto di Pinto, accomunati dal senso di appartenenza a quello che sentivano essere un grande paese, da una grande volontà di ricostruirlo e dalla dignità e dal rispetto del lavoro.</p>
<p><strong>Una decina di quegli uomini persero la vita </strong>durante i lavori e a compimento di ogni 700 metri di autostrada, come ha raccontato l’autore a Che tempo che fa, i loro compagni ne ricordavano la scomparsa.</p>
<p>Secondo Francesco Pinto, per quanto dettata dalle esigenze di accorciare i tempi di collegamento tra nord e sud allo scopo di facilitare il commercio e rilanciare l’economia nazionale, <strong>l’Autostrada del Sole non fu un’opera politica.</strong></p>
<p>E forse, anche se fortemente voluta dal governo per le ragioni addotte, non lo fu. O forse <strong>Francesco Pinto ha voluto soffermarsi, per una volta, sull’aspetto umano</strong>, per sottolineare come la fatica e il coraggio di quegli uomini abbiano prodotto una cosa bella che lasciò tutti, Stati Uniti compresi, a bocca  aperta.</p>
<h3><span style="color: #808080;">NOTA</span>:</h3>
<p><span style="color: #ff6600;">*</span><strong>Fedele Cova: </strong>Nel 1956 viene firmata la prima convenzione tra ANAS e Autostrade, in base alla quale quest’ultima si impegna a co-finanziare, costruire e gestire l’Autostrada del Sole tra Milano e Napoli. Per la realizzazione di questa opera il presidente dell’IRI, Aldo Fascetti, chiama l’allora presidente della Cementir, Fedele Cova, uomo di grande volontà e con idee chiare sul futuro sviluppo italiano: «L’automobile è il grande mezzo che ha permesso all’operaio e al contadino di finire il proprio isolamento e di sentire di essere qualcuno in una società di eguali». (<a href="http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=387" target="_blank">La storia siamo noi</a>).</p>
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<ul>
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</ul>
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		<title>Scarface. Una storia violenta, di Daniele Cavagna. La recensione</title>
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		<pubDate>Tue, 17 May 2011 10:00:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Cinzia Craus</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[autori emergenti]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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		<description><![CDATA[<em><strong><a rel="attachment wp-att-9062" href="http://librisulibri.it/2011/05/17/scarface-una-storia-violenta-di-daniele-cavagna-la-recensione/scarface/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9062" title="scarface" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/scarface-70x100.jpg" alt="" width="70" height="100" /></a>Scarface. Una storia violenta</strong>, forse troppo, firmata da <strong>Daniele Cavagna</strong>, autore alle prime (anzi seconde) armi. Edito da 0111. </em>

<!--more-->“<em><strong>Soldi per avere rispetto, per avere potere</strong>: lo schema a cascata che riassume il sogno di molte persone.</em>” E questa<strong> l’headline</strong> che, in quarta di copertina, introduce la “nota sull’opera” <strong>del romanzo</strong><em><strong> Scarface. Una storia violenta</strong></em> di Daniele Cavagna, giovane autore emergente bergamasco.

E riassume<strong> la filosofia di vita del protagonista Rommy</strong>, tredici anni, figlio di una periferia e di una società di emarginazione e disinteresse; e figlio di nessuno perché orfano di padre e abbandonato, insieme al fratello maggiore, violento e preso dal suo personale istinto di sopravvivenza, da...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><strong><a rel="attachment wp-att-9062" href="http://librisulibri.it/2011/05/17/scarface-una-storia-violenta-di-daniele-cavagna-la-recensione/scarface/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9062" title="scarface" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/scarface-70x100.jpg" alt="" width="70" height="100" /></a>Scarface. Una storia violenta</strong>, forse troppo, firmata da <strong>Daniele Cavagna</strong>, autore alle prime (anzi seconde) armi. Edito da 0111. </em></p>
<p><span id="more-9043"></span>“<em><strong>Soldi per avere rispetto, per avere potere</strong>: lo schema a cascata che riassume il sogno di molte persone.</em>” E questa<strong> l’headline</strong> che, in quarta di copertina, introduce la “nota sull’opera” <strong>del romanzo</strong><em><strong> Scarface. Una storia violenta</strong></em> di Daniele Cavagna, giovane autore emergente bergamasco.</p>
<p>E riassume<strong> la filosofia di vita del protagonista Rommy</strong>, tredici anni, figlio di una periferia e di una società di emarginazione e disinteresse; e figlio di nessuno perché orfano di padre e abbandonato, insieme al fratello maggiore, violento e preso dal suo personale istinto di sopravvivenza, da una madre tossicodipendente e alcolista.</p>
<p><strong>Rommy non ha modelli, se non quelli di un quartiere degradato</strong>, dove droga, violenza, sopraffazione, prostituzione, rappresentano l’unica realtà e l’unica via per andare avanti. Ma Rommy sogna di più e il suo sogno, condizionato da quella realtà, è ovviamente un sogno violento. Il suo mito diventa Tony Manero, il protagonista di Scarface, del quale si propone di emularne la vita e il successo, a qualunque costo.</p>
<p><strong>Letto e riassunto così potremo pensare a un romanzo di azione-avventura </strong>o ad un thriller drammatico evocante una chiara denuncia della società in cui viviamo, nella quale l’emarginazione, e più spesso il silenzio che l’accompagna, rendono univoche le vite di alcuni. Vite sulle quali preferiamo tacere o chiudere un occhio ma che, in fondo, sono vite, proprio come le nostre.</p>
<p>E’ questa la chiave che propone l’autore, introducendo tra l’altro nel racconto, a voce propria, spunti di riflessione, non sempre originali, ma indiscutibilmente calzanti.</p>
<p><strong>Ma la lettura di<em> Scarface</em> risulta alquanto aspra.</strong> Non tanto per i temi, o lo stile che è semplice e scorrevole, diretto e ben contestualizzato, quanto piuttosto per le volute (?) forzature introdotte nel racconto: una sorta di compiaciuto ripetersi di elementi descrittivi tesi a rabbuiare le immagini, i luoghi, i caratteri.</p>
<p><strong>Sembra quasi che l’autore ricerchi il macabro</strong>, lo scottante, il più forte, il più violento tanto che, a volte, finisce per risultare scarsamente credibile, soprattutto ad una lettrice come me, napoletana, che di storie di periferie del degrado ne legge da quando era bambina.Una lettrice che tra storie e cronaca napoletane ha letto così tanto da trovare i <strong>toni</strong> di questo romanzo <strong>un po’ eccessivi</strong> e tesi alla spettacolarità piuttosto che alla narrazione o alla denuncia.</p>
<h2><span style="color: #888888;">Note d&#8217;autore</span><span style="color: #888888;">:</span></h2>
<ul>
<li>Con il libro <strong>Scarface</strong>, Daniele Cavagna sostiene il progetti di <strong>Actionaid</strong> ”<em><a href="http://www.danielecavagna.eu/?page_id=16%20target=" target="_blank">Istruzione per i bambini di Giriki”</a>.</em></li>
<li><a href="http://www.danielecavagna.it/" target="_blank">Libri e pensieri</a> di Daniele Cavagna<em><br />
</em></li>
</ul>
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		<title>Volevo essere un grande chef di Loredana Limone. La recensione</title>
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		<pubDate>Mon, 16 May 2011 06:00:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elda</dc:creator>
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		<description><![CDATA[<em><a rel="attachment wp-att-9021" href="http://librisulibri.it/2011/05/16/volevo-essere-un-grande-chef-di-loredana-limone-la-recensione/chef/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9021" title="chef" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/chef-64x100.jpg" alt="" width="64" height="100" /></a>Piccolo, leggero e variopinto <strong>Volevo essere un grande chef</strong> di <strong>Loredana Limone</strong>, edito da <strong>Cult</strong>, è un libro che fa compagnia e fa pure venire l'acquolina. </em>

<!--more--><strong>Dallo sconfinato contenuto della mia borsa</strong>, all’occorrenza, salta sempre fuori un libro. Un libro piccolo e discreto, tipo pasticciolibreria-mignon, che sta lì nella borsa buono buono, fino a quando  un tempo “morto” della giornata me ne ricorda la presenza.

<strong>Così, mentre aspetto un dottore,</strong> un treno o un impiegato che non arrivano mai, invece di sbuffare, smaniare e maledire l’inefficienza del “sistema”, mi metto a leggere. E mi dimentico un po’ i miei guai.

Nella  mia pasticcio-libreria mignon c’è <strong>Volevo essere un grande chef</strong>...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<span class="read_later"><script type="text/javascript"><!--
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		//--></script></span><p><em><a rel="attachment wp-att-9021" href="http://librisulibri.it/2011/05/16/volevo-essere-un-grande-chef-di-loredana-limone-la-recensione/chef/"><img class="alignleft size-medium wp-image-9021" title="chef" src="http://librisulibri.it/wp-content/uploads/2011/05/chef-64x100.jpg" alt="" width="64" height="100" /></a>Piccolo, leggero e variopinto <strong>Volevo essere un grande chef</strong> di <strong>Loredana Limone</strong>, edito da <strong>Cult</strong>, è un libro che fa compagnia e fa pure venire l&#8217;acquolina. </em></p>
<p><span id="more-9020"></span><strong>Dallo sconfinato contenuto della mia borsa</strong>, all’occorrenza, salta sempre fuori un libro. Un libro piccolo e discreto, tipo pasticciolibreria-mignon, che sta lì nella borsa buono buono, fino a quando  un tempo “morto” della giornata me ne ricorda la presenza.</p>
<p><strong>Così, mentre aspetto un dottore,</strong> un treno o un impiegato che non arrivano mai, invece di sbuffare, smaniare e maledire l’inefficienza del “sistema”, mi metto a leggere. E mi dimentico un po’ i miei guai.</p>
<p>Nella  mia pasticcio-libreria mignon c’è <strong>Volevo essere un grande chef</strong> di <strong>Loredana Limone</strong>, edito da Cult, <strong>una collezione di storie,</strong> tutte (tranne l’ultima) introdotte da ricette di varie provenienze geografiche. Un rassicurante itinerario gastronomico che va dalla bouillabaisse alla pastiera e che non pretende di mistificare l’arte culinaria con la moda di un “cotto e mangiato” di dubbio successo.</p>
<p><strong>Le storie sono molto diverse tra loro</strong>. Parlano di guerra, di sogni spezzati dalla crudeltà e dalla bassezza umana, di miracoli, di tradimenti, di attimi di fantasia, d’amore e di passione con quel giusto pizzico di erotismo che lascia spazio al piacere dell’immaginazione. E in un momento in cui letteratura e società prediligono la volgarità e il sesso grafico, un po’ di sano e sapiente erotismo è una perla rara.</p>
<p>Due, forse, <strong>i fili conduttori di queste storie variopinte</strong>: i protagonisti tutti femminili e, pastiera a parte, una lieve e impalpabile dolcezza che appartiene più allo stile dell’autrice che ai temi narrati. Una vena poetica scoperta all’età di nove anni, Loredana Limone scrive con un garbo e un cor gentile che rendono delicate anche le storie meno amene.</p>
<p>Come le ciambelle, però, <strong>non tutte le storie sono riuscite col buco</strong>. Alcune, soprattutto tra le prime, sembrano interrotte  oppure sviluppate a metà, quasi come se non avessero avuto la possibilità di seguire il loro corso naturale.</p>
<p><strong>Se la narrativa gastronomica vi attira</strong> e vi va di fare la conoscenza con<strong> Loredana Limone</strong>, l’autrice organizza corsi di scrittura gastronomica con assaggi di parole e succulenze. Per saperne di più, fate un salto tra i suoi più recenti <a href="http://www.inmilano.com/eventi/sapori-letterari-loredana-limone" target="_blank">Sapori letterari.</a></p>
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