Come organizzare una vacanza per famiglia con bambini?

Consigli in Pillole.

Una cosa è certa: quando si va in vacanza con i bambini è necessario non lasciare nulla al caso. Nell’immaginario collettivo, quando si va in viaggio con i bambini è sempre meglio evitare di visitare luoghi che potrebbero annoiarli o in cui non hanno alcuna possibilità di giocare o divertirsi.

In realtà, i più piccoli possono essere portati in ogni genere di luogo a patto che le visite siano pensate a misura di bambino. Se, ad esempio, si avesse intenzione di organizzare una visita ad un museo, la cosa migliore sarebbe rendere i bambini partecipi della visita, spiegando loro in maniera molto semplice e coinvolgente il motivo della visita. In questo modo, avranno la possibilità di sentirsi parte attiva della visita e, di sicuro, non si annoieranno.

E per quanto riguarda l’alimentazione? Come fare per evitare di dover fare costantemente i conti con gli orari rigidi di pranzo e cena? Per prima cosa, è fondamentale ricordarsi di mettere la sveglia non troppo tardi in modo tale da avere il tempo di fare una buona colazione. Tra l’altro, proprio i bambini amano moltissimo la colazione e proprio in vacanza hanno l’opportunità di scoprire la bellezza di uno dei momenti conviviali più importanti della giornata. In ogni caso, è buona norma fare scorta sia di acqua che di frutta per il classico spuntino di mezza mattina. Inoltre, avendo la frutta a portata di mano si ha anche la possibilità di evitare di compare merendine di vario genere.

L’ideale, poi, sarebbe riuscire a rientrare per l’ora di pranzo. I bambini hanno bisogno di riposo e dopo una mattinata alla scoperta della località di vacanza si meritano un sonnellino ristoratore. Se la mattina è stata dedicata alla conoscenza, il pomeriggio deve essere dedicato, invece, al gioco e allo svago. Qualche ora al parco giochi, un bagno in mare o un semplice giro in bici con mamma e papà: nel pomeriggio i protagonisti assoluti devono essere i piccoli. Nel pomeriggio, poi, non deve assolutamente mancare la merenda che dovrebbe essere a base di yogurt, frutta e latte o, in alternativa, di gelato. Una merenda sostanziosa ma non eccessivamente calorica consentirà ai bambini di arrivare a cena non troppo affamati ma neanche eccessivamente sazi.

Anche in vacanza, poi, è consigliato non andare a dormire troppo tardi. Ovviamente, qualche strappo alla regola non deve fare in alcun modo preoccupare i genitori a patto che non diventi un’abitudine. In sintesi, durante le vacanze le esigenze dei bambini e quelle degli adulti devono andare di pari passo. Il divertimento e la conoscenza, dunque, devono essere a dir poco complementari. In questo modo, i bambini avranno l’opportunità di comprendere l’importanza di conoscere e scoprire nuovi posti. Insomma, viaggiare con i bambini non è affatto faticoso. Il segreto è riuscire a coniugare le esigenze di tutti, senza sacrificare alcunché. Viaggiare con i propri figli è uno dei momenti di crescita familiare più importanti e, proprio per questo motivo, deve essere vissuto in maniera naturale e senza alcun genere di stress, cogliendo tutte le opportunità che la vacanza può offrire sia ai genitori che, soprattutto, ai bambini.

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“La grande bellezza” di Roma

Nel 2014 “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. La scenografia è rappresentata dalla bellezza disarmante di Roma, da luoghi meravigliosi meno noti, ma certamente ricchi di fascino e beltà.

La pellicola inizia sul “Colle del Gianicolo” con lo sparo a salve del cannone della prima guerra mondiale, come avviene ogni mezzogiorno (in passato per regolare le campane delle chiese della città), e con una visuale sulla statua equestre di Garibaldi del 1895 con la scritta sul piedistallo “O Roma, o morte“.
Con un delicato coro femminile in sottofondo, la scena scorre verso il “Fontanone dell’Acqua Paola” da cui la vista spettacolare colpisce fatalmente un turista giapponese.
La fontana, realizzata da Giovanni Fontana, inizialmente si trovava sul limitare del colle, con l’acqua che cadeva giù a cascata; solo dopo fu costruita la splendida vasca in marmo bianco per volontà del Papa Alessandro VIII. E’ una meravigliosa struttura, con cinque nicchie intervallate da colonne in granito, a sostenere l’architrave sormontata da una grande croce.

Il protagonista del film è il giornalista Jep Gambardella che abita in una residenza lussuosa affacciata sullo splendido “Anfiteatro Flavio“, chiamato “Colosseo” per via dell’imponente statua bronzea di Nerone del II d.C, che una volta si trovava vicino all’arena. Formato da quattro ordini, all’interno le gradinate in laterizio erano rivestite di marmo bianco, l’arena lignea era ricoperta di sabbia, e vi erano grandi gallerie nei sotterranei, riparo di animali, schiavi e oggetti di scena.

Jep si ritrova dopo le baldorie a rinfrescarsi al “Mascherone“, una fontana con in cima il volto di una fiera, in Via Giulia, mentre osserva piccole suore nella adiacente Chiesa di Santa Sabina. La chiesa del V secolo, sorge dove un tempo vi era la casa di Santa Sabina, presenta un bellissimo portale in legno di cipresso decorato con scene del Vecchio e del Nuovo Testamento. All’interno è conservata una splendida decorazione in mosaico del V secolo con i nomi di Pietro dell’Illiria e di Papa Celestino I su sfondo azzurro.
Jep passeggiando, nota una suora che raccoglie le arance nel “Giardino degli Aranci” del XIII secolo sul Colle Aventino: gli alberelli ricordano San Domenico che qui vi edificò il proprio convento.

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Un altro luogo bellissimo della Roma più nascosta è “Palazzo Sacchetti“, nel cui cortile Jep vede giocare e rincorrersi dei bambini e una suora, simbolo di quella gioia genuina in contrasto con quella effimera vissuta da Jep. E’ un giardino all’italiana dove spicca il “ninfeo” proprio a baciare il Lungotevere. Questa oasi completa uno splendido palazzo nobiliare, che strabilia con il “Salone dei Mappamondi” con due globi del ‘600 del Coronelli incastonati in una sala totalmente decorata; c’è poi la Galleria del Giacomo Rocca affacciata sul Tevere e che, tra ricche e verdi fronde, quasi nasconde Roma.

Splendida la Roma notturna e silente dove si aggirano Jep e la sua amica, tra il Lungotevere e una spettacolare Piazza Navona deserta.
Piazza Navona ha la forma allungata del sotterraneo “Stadio Domiziano” dell’86d.c.: qui sono visibili ancora le vestigia delle arcate e delle gradinate di questa arena dove avvenivano gli “agones“.
Su questa celebre piazza sorgono la “Fontana di Nettuno“, la “Fontana del Moro” e la “Fontana dei Quattro Fiumi“del Bernini con l’imponente obelisco egizio al centro, posta proprio davanti alla Chiesa di Sant’Agnese in Agone del Borromini. All’interno della chiesa del 304 d.C, c’è un monumento edificato a Innocenzo X del 1730 che si dice benedica chi non lo scorge, oltre ad un reliquiario contenente la testa di Santa Agnese.

Di ritorno dal celebre “Cimitero del Verano“, Jep si ritrova poi nei pressi del “Tempietto di San Pietro in Montorio” sul Gianicolo, dove si imbatte in una mamma in cerca di sua figlia. Il tempio è opera del Bramante e all’interno vi si trova, ai piedi della statua rinascimentale di San Pietro, un foro dove si racconta fosse inserita la croce dove egli fu crocifisso.

Immancabile una “sbirciatina“, come fanno i protagonisti, dal foro della serratura della porta della “Villa del Priorato di Malta” attraverso il quale si scorge la Cupola di San Pietro. Oltre il portone, il lussureggiante corridoio porta alla “Statua del Morforio“, risalente al I d.C. che rappresenta Nettuno adagiato su un fianco che regge in mano una conchiglia in una vasca in travertino.
I protagonisti entrano nei “Musei Capitolini” in Piazza del Campidoglio. I musei del 1471, oltre alla “Pinacoteca” e al “Palazzo Caffarelli-Clementino“, constano di due palazzi: “Palazzo Nuovo” dove si possono ammirare la “Galata morente” e la “Venere capitolina“, e il “Palazzo dei Conservatori” dove si trova la statua equestre di Marco Aurelio.

Sorrentino ci porta a conoscere splendidi palazzi nobiliari come “Palazzo Altemps“, una delle sedi del “Museo Nazionale Romano”, “Palazzo Spada” con l’ omonima “Galleria Spada” del Borromini che offre un eccellente esempio di finta prospettiva, “Villa Medici” con le statue del “Gruppo Scultoreo dei Niobidi“, e la rinascimentale “Villa Giulia” sede del “Museo Nazionale Etrusco” dove si possono ammirare un sarcofago del 520 d.C. e l'”Apollo di Veio“.

Il regista ci porta nello splendore delle “Terme di Caracalla“, di notte, con la famosa scena della giraffa: un complesso del III d.C. voluto da Settimio Severo e completato da Caracalla, che costituiva un ritrovo per i romani dove ritempravano corpo e spirito.

Il film si chiude in San Giovanni in Laterano sulla “scala santa“: si dice sia la scala percorsa dal Cristo per raggiungere Ponzio Pilato nella sua aula, e che sia stata trasportata qui a Roma da Sant’Elena.
Oltre la scala si trova la “Cappella Sancta Sanctorum” con l’immagine “Acheropita” del Cristo Salvatore, fatta secondo molti da mani “non umane”.

Buon viaggio dunque, nella “Grande Bellezza“!

Sulle orme di Zeno Cosini: itinerari nella Trieste di Italo Svevo

Italo Svevo è lo pseudonimo sotto cui pubblicò le sue opere Aron Hector Schmitz, uno dei maggiori scrittori della storia italiana e il più importante della letteratura triestina. Anche se scrisse tre soli romanzi in vita (La coscienza di Zeno è il più importante e una pietra miliare della produzione letteraria a livello mondiale), il suo contributo allo stile narrativo è immenso, in quanto introdusse quello che venne chiamato il flusso di coscienza nella narrazione. Le figure di Italo Svevo e di Zeno Cosini, il protagonista di La coscienza di Zeno, sono indissolubilmente legati a Trieste: non solo questa città è l’ambientazione del romanzo in questione, ma anche il luogo di nascita dell’autore nel 1861. Inoltre Svevo vi visse per gran parte della sua vita. Ecco perché un viaggio nel capoluogo friulano non può prescindere da itinerari letterali, in modo da unire turismo, letteratura e luoghi di grande interesse storico, artistico e culturale. Questi tour sono estremamente interessanti e non appassionano soltanto i lettori.

Il punto da cui partire per visitare la Trieste di Italo Svevo e di Zeno Cosini è Piazza Hortis: si tratta di un’area pubblica dominata dalla statua dell’autore e con pregevoli piante ad alto fusto. È stata creata durante la dominazione francese, quando fu demolito il convento della Chiesa di Sant’Antonio Vecchio dei padri minoriti. La piazza è occupata quasi interamente da un giardino di oltre 2mila metri quadrati, al cui centro vi è la statua dello storico e politico triestina a cui l’area è intitolato. Negli ultimi anni la piazza è stato sottoposta a una notevole riqualificazione: grazie a un restyling globale sono stati risistemati aiuole, vialetti e impianti di irrigazione; in più sono state creati spazi per attività culturali e sono state eliminate le barriere architettoniche così da rendere la piazza fruibile a tutti. L’intervento fa parte del programma Pisus, che deve terminare a inizio 2017. Nello specifico i vialetti interni sono stati pavimentati in ghiaia a vista e calcestruzzo architettonico, le aiuole sono state ampliate e nuove piante sono state messe a dimora. Un’area è stata dedicata alla musica, alla lettura e alle rappresentazioni teatrali. In questo modo si crea un collegamento naturale e ideale tra l’area verde e l’attività della vicina Biblioteca civica, a cui si aggiungono i palazzi circostanti di notevole prestigio. Di conseguenza gli spazi chiusi della biblioteca proseguono all’esterno, entrando in contatto con quelli del giardino con la stessa funzione: qui si consultano libri e riviste facente parte del patrimonio bibliotecario e collegarsi alla piattaforma internet in quanto è presente una rete wi-fi gratuita.

La Biblioteca Civica di Piazza Hortis è un altro luogo legato alla figura di Italo Svevo e dei romanzi da lui scritti: qui l’autore si dedicava alla ricerca di informazioni da trasferire nei suoi racconti e alla lettura. Tra l’altro è stata descritta nel romanzo Una vita. All’interno dell’edificio si trova il Museo Sveviano, spazio imperdibile per conoscere lo scrittore e la sua storia: qui sono raccolti molti oggetti appartenenti a Italo Svevo e donati dalla figlia Letizia Svevo Fonda Savio. Ad esempio si trovano il violino dello scrittore e varie foto. In più vi sono numerose carte dell’autore. La donazione alla Biblioteca Civica di Trieste è avvenuta in quanto nell’edificio esisteva già una Saletta sveviana e il museo è stato inaugurato il 19 dicembre 1997: questa data è il giorno di nascita di Italo Svevo. Questo fatto si celebra con un evento ogni anno con il nome “Buon compleanno Svevo”. In più nella biblioteca si svolgono le Serate Sveviane, organizzate in collaborazione con il Teatro Stabile La Contrada. In questo modo nello spazio pedonale davanti alla biblioteca Civica vengono offerte gratuitamente al pubblico tutte le commedie di Italo Svevo, opere poco conosciute nel settore del teatro e della letteratura.

Sulle tracce di Italo Svevo e di Zeno Cosini si può anche prendere un buon caffè in un locale storico e di grande eleganza: per questo si fa tappa al Caffè San Marco, dove lo scrittore si recava spesso. Si trova in via Battisti 18 e fu inaugurato il 3 gennaio 1914, diventando immediatamente uno dei locali più importanti in cui si ritrovavano gli intellettuali e degli studenti triestini. Qui, oltre a Svevo, si incontravano Umberto Saba, Giorgio Voghera, Claudio Magris, Giani Stuparich, Virgilio Gioti e James Joyce durante il suo soggiorno a Trieste. Di proprietà di Marco Lovrinovich, era anche un centro di raccolta di giovani irredentisti (tra l’altro vi venivano creati passaporti falsi per i patrioti antiaustriaci): per questo fu chiuso con un provvedimento d’autorità il 23 maggio 1915. Il locale fu riaperto nel Secondo Dopoguerra e, dopo vari restauri, il Caffè San Marco è ora un caffè, libreria, ristorante e centro culturale, che organizza mostre di artisti locali.

La Sicilia di Verga

Ci sono autori che più di altri sentono un legame profondo con la propria terra, e che poi non possono far altro che trasmetterlo con intensità nelle loro opere. Questo è il caso di Giovanni Verga e la sua Sicilia. Una relazione profonda che nonostante la distanza e il bisogno di nuovi orizzonti, non si è mai spezzata. Un rapporto, questo tra autore e la sua terra, che vale la pena comprendere e vivere in prima persona, attraverso un viaggio letterario in cui si andrà alla scoperta degli splendidi posti della Sicilia, raccontati e vissuti da Giovanni Verga. Andiamo allora a scoprire i luoghi siciliani partendo proprio dalla nascita dell’autore, fino a percorre poi a tappe le sue opere.

Catania, dove tutto ha inizio

Il nostro speciale viaggio non poteva che partire da qui, dalla città di Catania, luogo di nascita dello scrittore. Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 in una famiglia economicamente benestante. Il padre discende dal ramo di una famiglia nobile, mentre la famiglia della madre appartiene alla buona borghesia catanese. Catania è una città da visitare almeno una volta nella vita, un luogo ricco di storia, arte e tradizioni. Da non perdere il Castello Ursino, il Palazzo degli Elefanti, il teatro Bellini e tanti altri. Soprattutto però, qui a Catania si trova la prima vera tappa di questo tour letterario: La Casa museo Giovanni Verga. Si trova in Via Sant’Anna e mostra gli arredi originali, talmente accurati che è come se lo scrittore vivesse ancora lì. Un’occasione unica per gli amanti della letteratura e una grande opportunità per ritrovarsi in una atmosfera speciale. Qui ci sono i vari ritratti di famiglia, i vestiti, i libri, il letto dove morì e tutti gli altri dettagli, compreso un suo ritratto del 1912.

Uscito dalla casa gli altri luoghi maggiormente legati a Giovanni Verga si trovano a pochissimi chilometri da Catania. Il viaggio ci porta a Aci Trezza, dove ci si imbatte in una serie di barche di legno recanti i simboli e i santi a cui affidarsi tra il mare in tempesta. È proprio qui, verso la fine dell’800 che Giovanni Verga ambientò la triste storia dei Malavoglia e della loro barca, la Provvidenza, protagonista di una delle opere più importanti dello scrittore.
Proseguendo il nostro viaggio arriviamo presso la Casa del Nespolo, in cui abitavano i Toscano, altri protagonisti dei lavori di Giovanni Verga. Subito dopo l’entrata ci si trova davanti al cortile con il nespolo. Questo posto ci riporta completante all’interno del mondo dello scrittore, potendo vedere alcune lettere che Verga scrisse al fratello Pietro e le varie foto in bianco e nero regalate dagli abitanti che parteciparono al film La terra trema, ispirato alle vicende de I Malavoglia.

Vizzini e altri posti speciali

Questo viaggio letterario prosegue ad Aci Castello, dove è possibile visitare il giardino botanico tra le antiche mura dove Verga ambientò la novella Le storie del castello di Trezza. Alcuni non sono d’accordo sul fatto che Verga sia nato realmente a Catania; molti infatti, suffragati da motivi storici ritengono che lo scrittore sia nato invece a Vizzini, nel podere di suo zio. In questo bellissimo posto tra le colline, a circa 60 chilometri da Catania troviamo infatti la Casa della Memoria di Palazzo Trao, dove si possono ammirare altri numerosi cimeli appartenuti allo scrittore, come foto, ritratti e diversi oggetti. Proprio in questo luogo suggestivo, Giovanni Verga ambientò alcuni dei suoi racconti più celebri come Mastro don Gesualdo, Cavalleria rusticana, e Jeli il pastore. Nei pressi di Catania ci sono diversi posti che rimandano alle opere di Verga, che gli appassionanti non potranno non notare. Da non perdere, la bellissima Chiesa di Sant’Agata, in cui Bianca Trao e Mastro Don Gesualdo si sposarono, per non parlare del quartiere della Cunziria, dove si svolge il duello tra Alfio e Turiddu. Infine si può fare un salto in Piazza Santa Teresa, dove vengono rappresentate alcune parti della Cavalleria rusticana. Questi sono solo alcuni luoghi da non perdere per un viaggio letterario unico, che permetterà di immergervi nell’atmosfera della Sicilia di Giovanni Verga.

“Cristo si è fermato a Eboli”

Centinaia di migliaia di lettori di intere generazioni hanno sofferto, pianto e gridato all’ingiustizia nel leggere uno dei capolavori della narrativa contemporanea italiana come Cristo si è fermato a Eboli.
La figura del narratore è largamente (quasi completamente) sovrapponibile con quella dello scrittore, Carlo Levi, anzi, il dottor Carlo Levi.
L’uomo, nativo di Torino e medico professionista, subisce la pratica del confino messa a punto dal regime fascista per sbarazzarsi di oppositori politici e personaggi scomodi. Per questo motivo Levi viene catapultato da Torino in Lucania, l’odierna Basilicata, terre allora desolate nelle quali vigono delle morali ancora arcaiche e dei gesti senza tempo, quasi pagani e legati a rituali mistici di ancestrale memoria.

Il primo luogo del romanzo che merita di essere menzionato è proprio Eboli, una piccola cittadina in provincia di Salerno, precisamente nella parte nord della provincia. Dato che non confina neanche con la Basilicata, ci si può chiedere perché l’autore abbia scelto questo luogo come simbolo di spartiacque tra la civiltà e qualcos’altro che non è più civiltà, ma non è di sicuro barbarie.
Eboli è un piccolo paesino pianeggiante che fu fondato circa all’età del bronzo, e che porta i segni della colonizzazione da parte della fiorente civiltà Villanoviana (forse antesignana degli Etruschi).
Il paesino è stato colonizzato dai Goti di Alarico, ed è sempre rimasto un crocevia di passaggio per giungere al Sud, finché nel 1980 il terremoto dell’Irpinia non ne ha parzialmente distrutto l’architettura.
I monumenti più cematera-220923_640lebri di Eboli sono sicuramente i palazzi nobiliari, come Palazzo Martucci, risalente al XV secolo, o il più antico di tutto, Palazzo Romano Cesareo, del XII secolo.
Dal punto di vista religioso merita sicuramente la Badia romanica di San Pietro alli Marmi, risalente addirittura al 1076.

Una menzione speciale a parte merita il capoluogo di provincia di Matera, un luogo che ancora oggi è rimasto senza tempo. Se si prova ad immaginare cosa abbia provato il dottor Levi ad essere trasportato dalla fiorente e moderna Torino in queste terre assolutamente ancestrali, la prima immagine di arcaicità che viene in mente è sicuramente quella della cittadina arroccata sui famosi sassi. Lo stesso Levi, nel romanzo, dice di Matera “Chiunque veda Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza”.

Uno dei monumenti più importanti da guardare nella città completamente bianca è la cattedrale di Matera, costruita secondo uno stile romanico pugliese. L’edificio comunque più suggestivo, soprattutto di notte, è la chiesa di San Giovanni Battista, costruita nel 1233 ed anche questa in stile romanico, con tre aperture sulla facciata principale e un soffitto molto basso ed imponente.
Lungo la gravina, che è una gola strettissima ed alta scavata nella zona di Matera da millenni di passaggio d’acqua, si contano circa 150 piccole chiese rupestri, rifugi seminascosti ed affascinanti altari costruiti nelle crepe della roccia per pregare lontano da occhi nemici durante i tempi delle persecuzioni contro i Cristiani.
Matera è anche culla di un sito archeologico importantissimo, quello del Colle di Timmari, dove si trovano resti preistorici ma anche rovine di una civiltà molto famosa, quella degli Apuli, spazzata poi via dalla colonizzazione di Roma.

Infine, non si possono non menzionare i due paesini cardine del romanzo, quelli dove il dottor Levi ha trascorso i mesi di confino come medico condotto, ovvero Grassano ed Aliano (nel libro chiamato Gagliano).
Questi due piccoli paesi sono ancora oggi semi sconosciuti se non fosse per il romanzo.

A Grassano Levi ci arrivò il 3 agosto 1935, e qui il medico e pittore dipinse almeno 70 quadri durante il periodo di reclusione.
I monumenti più significativi sono sicuramente la Chiesa della Madonna della Neve, così chiamata per via di un miracolo e costruita in un periodo imprecisato (se ne hanno notizie attorno al XVI secolo, ma non si sa di preciso quando venne edificata) e il Convento di Santa Maria del Carmine, che contiene una Via Crucis di Domenico Guarino.
Dopo neanche 30 giorni di stallo a Grassano, Levi fu confinato in un paesino ancora più piccolo e sperduto per volere dell’autorità fascista locale della provincia di Matera, ovvero Aliano, che lui chiama Gagliano.
In questo paesino, che ancora oggi conta poco più di mille abitanti, il monumento storico di maggior interesse è proprio il Museo Carlo Levi. Qui sono raccolti documenti e dipinti del dottore in confino, organizzati secondo un percorso cronologico ed esistenziale, che costituiscono un documento fondamentale della nostra storia assieme alla casa dove Levi visse il suo confino.

“Ragazzi di Vita”. Alla scoperta della Roma di Pasolini

Roma è una città legate modo particolare alla figura di Pier Paolo Pasolini; il poeta, scrittore, regista, letterato trascorse qui gran parte della sua vita da adulto e diede della città alcune descrizioni ormai entrate nell’immaginario comune. Infatti è difficile avere un’idea della città eterna senza Pasolini. Anche se vi abitò ininterrottamente per 20 anni (dal 1950 al 1970), il soggiorno romano di Pasolini può essere suddiviso in periodi diversi. Nei primi mesi del 1950 visse vicino al vecchio ghetto ebraico al portico di Ottavia, mentre dal 1951 al 1953 ci fu il periodo a Via Giovanni Tagliere, a Borgata Rebibbia. Qui Pasolini entrò in contatto con il dialetto e la vita popolare romana.

Il periodo più lungo è rappresentato da soggiorno a Monteverde, durato quasi 10 anni, prima nella casa in Via Fonteiana (1954- 1959) e poi, dal 1959 al 1963, in Via Carini. Qui Pasolini trasformò il vissuto in ambiente letterario, prima tenendosene a distanza e successivamente ricomponendolo come elemento ancestrale. Monteverde anche l’ambientazione di uno dei più importanti romanzi di Pasolini, “Ragazzi di vita“. Il nome del quartiere deriva dalla presenza di antiche cave di tufo verde sfruttate già in epoca romana e dal fatto che ha un’altezza di 80 metri. Situato alle pendici del Gianicolo, è il colle più settentrionale della cintura di alture che si affacciano sulla riva destra del Tevere. Si estende da Villa Doria Pamphili alla Piana dei Prati dei Papi: il suo punto più alto è Piazza San Giovanni di Dio; in “Ragazzi di vita” la si definisce la “girata del tram”. Si trattava del capolinea del tram, dove mezzi giravano su un carosello (anello) per ritornare verso Roma.

Monteverde è descritto in maniera efficace da Pasolini ne “Il Ferrobedò”, il primo capitolo del romanzo. In realtà il quartiere gianicolense, tra i maggiori di Roma per estensione e popolazione, è formato da due nuclei, Monteverde Vecchio e Monteverde Nuovo. Il primo è incentrato su Piazza Rosolino Pilo, che il piano regolatore del 1909 prevedeva circondata da edifici, trasformati in intensivi da quello del 1931. Qui si trova anche la chiesa di Santa Maria Regina Pacis. Da piazza Pilo scendendo per le vie Barrili, Guinizzelli e Massi si raggiunge la circonvallazione Gianicolense, a ridosso della quale si sviluppa Monteverde Nuovo. Nel tratto di destra c’è l’ospedale San Camillo, una volta del Littorio; più avanti, il fronte destro della circonvallazione si apre in Piazza San Giovanni di Dio, da dove si individua la chiesa di Nostra Signora de La Salette, con interno coperto a spicchi sfalsati a formare due croci, su uno spazio mosso dal succedersi di absidi curvilinee.

Il nome Ferrobedò indica la Ferrobeton, fabbrica di binari situata in una conca vicino a Ponte Bianco. Quest’ultima struttura con leoni e obelischi in travertino (littori scalpellati) serviva per l’accesso da Trastevere all’Ospedale San Camillo eliminando il passaggio a livello. La parte inferiore della fabbrica era chiamata Bagno Traverse perchè qui si impregnavano le traversine col catrame. Anche se all’epoca era collegata alla stazione di Trastevere, ora la Ferrobeton non esiste più. Anche la vicina Raffineria di Roma, chiamata anche la Purfina, era pienamente attiva ai tempi dei “Ragazzi di vita”.
La zona di Via Fonteiana insiste nella zona dei Grattacieli, case popolari realizzati in epoca fascista esattamente tra Monteverde Nuovo e Monteverde Vecchio. Nell’area si trovano anche la scuola Franceschi e la Villa Doria Pamphili. La prima ha una struttura imponente, è stata costruita nel 1939, durante la guerra ospitò un gran numero di sfollati e nel 1951 crollò in parte. Si tratta di un evento che Pasolini racconta in “Ragazzi di vita”. La scuola esiste ancora ed è uno dei pochi istituti elementari descritti in un romanzo. Villa Doria Pamphili, invece, è detta anche Bel Respiro, e fu costruita per il nipote di Papa Innocenzo X nel 1644-52. Ampliata a metà dell’Ottocento, subì notevoli modifiche nella zona del parco (esteso 184 ettari con 6,5 chilometri di perimetro, fatto che lo rende il più vasto della capitale), a seguito dei danni causati dai combattimenti della Repubblica Romana. La Villa Doria Pamphili decritta nel romanzo è diversa da quella attuale, perchè nel 1960 il tratto dell’Olimpica, intitolato a Leone XIII, ha diviso in due il giardino. Soltanto di recente un nuovo ponte pedonale ha collegato di nuovo le due aree.

Monteverde è stato uno dei quartieri di Roma che, negli anni Cinquanta fino agli anni Settanta, è stato maggiormente interessato dalla speculazione edilizia, mentre la zona di Villa Doria Pamphili fu interessata dalla costruzione di villette residenziali. Sempre in “Ragazzi di vita” si parla di un ponte non terminato: si tratta del Ponte Marconi, che fu completato soltanto nel 1953. Si apre su Viale Marconi, realizzato nel 1939-1940, anche se all’epoca non era asfaltato. Si trattava della seconda strada di accesso all’EUR.