Promontorio del circeo veduta

L’isola di Circe. Il promontorio del Circeo tra mito e letteratura

E su l’isola Eèa sorgemmo, dove Circe, diva terribile, dal crespo Crine e dal dolce canto, avea soggiorno. Così nel libro X dell’Odissea si narra l’arrivo di Ulisse e dei suoi compagni nell’isola di Eea, dimora dell’affascinante e seducente Circe.

Ulisse, l’eroe più famoso dell’antichità, ha sicuramente contribuito alla fama del poema epico del quale ne è protagonista, rendendo quello narrato da Omero uno dei racconti di viaggio più conosciuti al mondo e forse il testo più noto della cultura classica occidentale.

Ripercorrere i luoghi attraversati dagli eroi omerici è di sicuro un’esperienza ricca di suggestione. Paesaggi ricchi di fascino dove ancor oggi aleggia il mito.

La prima meta del nostro itinerario è Gaeta. Si narra che proprio nel porto di Gaeta Ulisse ormeggio le sue navi una volta giunto sulle coste laziali. La cittadina, nota località balneare di antiche origini, offre al visitatore spiagge stupende: la Spiaggia di Sant’Agostino, di San Vito, Arenauta, Ariana, dei Quaranta Remi in cui si trova il Pozzo del Diavolo, la spiaggia di Fontania e infine quella di Serapo.

Lasciando Gaeta proseguiamo per Sperlonga, uno dei borghi più caratteristici e pittoreschi della costa in cui arte, storia e cultura si mescolano tra le fitte vie del centro storico. Bandiera Blu per le sue bellissime spiagge, Sperlonga offre interessanti spunti anche dal punto di vista culturale. Da visitare il Museo Archeologico Locale, la Villa di Tiberio, le quattro torri difensive costruite nel Medioevo per difendersi dall’attacco dei saraceni.

scorcio di Sperlonga

Arriviamo a Terracina, l’antica Anxur. Omero narra che qui Ulisse vi seppellì il compagno Elpènore, che circe aveva trasformato in porco. Nelle Naturalis Historiae, Plini riporta la leggenda secondo la quale sulla sua tomba sarebbe cresciuto un albero di mirto.

Il nostro itinerario raggiunge finalmente il Promontorio del Circeo, quello che seconda la geografica mitologica doveva corrispondere all’isola di Eea e dimora di Circe. Il promontorio del Circeo racchiude in sé fantasia, leggenda e mito: la leggenda secondo la quale si udirebbe la voce della maga, la forma del promontorio che ricorda una figura femminile, l’area archeologica sulla cima del Picco di Circe, l’immensa bellezza del paesaggio sembrano creare un legame indissolubile e reale con il racconto omerico.

Alle pendici del promontorio si trova il Parco naturale del Circeo, istituito nel 1934. La fascia costiera, lunga circa 22 chilometri, è conosciuta come Duna del Circeo . Un habitat unico nel suo genere e di grande impatto visivo.

Caratteristico copricapo delle donne sarde

Alla scoperta della Sardegna attraverso le opere di Grazia Deledda

Grazia Deledda, scrittrice sarda, è, finora, l’unica donna italiana ad aver ricevuto un prestigioso riconoscimento di livello mondiale qual è il Nobel per la letteratura. Questo importante premio le fu conferito nel lontano 1926. Una gratifica d’onore, la sua, che le fu data anche e soprattutto per via del forte legame che le sue opere letterarie avevano, e hanno, con l’Isola da lei tanto amata, da quanto possiamo apprendere anche dalla motivazione che il comitato dell’Accademia Svedese diede: “Per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano.”

Nata a Nuoro, dove è tutt’ora seppellita, possiamo dire che la Deledda ha avuto un legame sentimentale, empatico e letterario con tutta la Sardegna, per lei questa fu un’isola da intendere come un luogo mitico, un archetipo rappresentate tutti i luoghi. Il legame con questa regione viene espresso in gran parte delle sue opere, Fior di Sardegna, Paesaggi Sardi, Elias Portolu, Le Tentazioni, L’edera, Nel deserto, giusto per citarne alcuni. Testi importanti che raccontano la grande cultura e l’antica tradizione sarda.

Il nostro tour letterario/turistico non può quindi che iniziare dalla città di Nuoro, situtata nella zona centro orientale dell’Isola a cui la ventenne Deledda dedicò il suo testo intitolato Tradizioni popolari di Nuoro, una raccolta di saggi etnografici sugli usi e sui costumi dei sardi abitanti nella zona centrale montana del Nuorese. In questa sua prima opera si può già vedere la precisione etnografica con cui verranno trattati, in seguito nei romanzi successivi, i diversi aspetti della vita tradizionale isolana.

Ma è anche vero che Nuoro oggi ha tanto, tantissimo, da offrire al turista moderno, anche al più esigente. Vale sicuramente la pena andare a fare una escursione fuori porta sulle pendici del Monte Ortobene, dove si possono visitare i rifugi preistorici, usati fino al Medioevo di Pala ‘e casteddu, e in zona, di sicuro interesse, ci sono anche il Nuraghe Tanca Manna, i resti romani di Sa Itria, la quattrocentesca chiesa di Santa Croce e la cattedrale di Santa Maria della Neve.

Il nostro giro letterario turistico sui luoghi deleddiani non può che comprendere la casa natale, oggi adibita a museo, della scrittrice, situata nel centro storico di Nuoro, nel rione di Santu Predu (San Pietro) per la precisione, nella via che oggi è dedicata, ovviamente, alla scrittrice. Se si vuole omaggiare con un ultimo saluto l’unica donna italiana vincitrice del Nobel per la letteratura, ci si deve recare nella piccola chiesa della Madonna della Solitudine, dove le sue spoglie riposano in pace e in tranquillità, custodite in un sarcofago di granito nero levigato.

Un’altra zona importante nei racconti dalla Delleda è quella della provincia, in particolar modo l’area vicina a Nuoro conosciuta come Baronìe (in sardo Sa Baronìa), collocata nella zona nord orientale dell’isola, una subregione che ha avuto una grande importanza storica e dove tutt’ora sorgono gli importanti centri di Siniscola, nell’Alta Baronia e di Orosei, nella Bassa Baronia. Qui la scrittrice vi ha ambientato una delle sue opere più famose, Canne al Vento, dove ha esposto le tematiche della povertà, non certo priva di onore e della superstizione appartenente alla società contadina dell’epoca. Canne al vento, insieme a altre cinque novelle deleddiane, sono state ispirate dai paesaggi circostanti l’area di Galtellì. Infatti è fra le strade di questo comune che è ambientato il romanzo, dove viene citato con il nome abbreviato di Galte. A qualche metro dalla locale cattedrale di San Pietro oggi è possibile visitare quella che fu l’abitazione dell’epoca della scrittrice sarda. A partire dal 1993 sorge in zona un parco letterario che valorizza, attraverso un apposito percorso tematico, i luoghi che ispirarono la Deledda.

Da allora, è anche vero, che le cose sono cambiate e molto, però sono tantissimi i luoghi di svariato interesse turistico in questa zona. Gli amanti dell’arte sacra possono dedicarsi a visite nelle numerose chiese, tra cui segnaliamo quelle di Santa Lucia, quella del Rosario, la Chiesa di San Giovanni Battista, quella delle Grazie e la Chiesa di Sant’Antonio.

In zona si trovano diversi interessanti siti archeologici, come la Domus de janas ” Cucuru ‘e Janas” che si trova lungo la strada che collega a la Caletta, ma qui si trova anche l’importante villaggio prenuragico di Bérchida, ricordatevi inoltre di visitare la bellissima spiaggia locale, una delle più belle e apprezzate spiagge di Italia. Già, non dimentichiamoci delle spiagge, che anche in questa parte dell’Isola sono numerose e stupende, infatti gli amanti del mare non possono perdersi le bellezze naturalistiche di posti incantevoli come La Caletta, di Santa Lucia, di Sa Petra Ruja, di S’ena e sa Chitta e di Capo Comino.

grotta azzurra a capri

Capri, Pablo Neruda e le meraviglie da ammirare sul posto

Capri è una delle isole più caratteristiche presenti all’interno del territorio italiano. Meta turistica che ogni anno attira migliaia e migliaia di turisti che desiderano immergersi nel clima piacevole e nelle tradizioni del posto. Un luogo che negli anni ha attirato anche personalità celebri, basti pensare al soggiorno di Pablo Neruda sull’isola che fu ispiratrice di alcuni versi delle sue opere. Per fare un itinerario di un giro sull’isola di Capri, si può partire da un primo giro bellissimo dell’isola via mare. Questo è possibile arrivando sull’isola in mattinata, così da ammirare i colori più belli della natura e del mare. Una volta che si sbarca sull’isola, a Marina Grande per la precisione, qui si può acquistare un biglietto per il giro dell’isola in mare con tappa obbligata presso la Grotta Azzurra e i Faraglioni. Si tratta di due attrazioni naturali che si trovano a Capri e che sono di una bellezza unica: suggestiva la Grotta Azzurra in cui si può entrare ed ammirare il colore spettacolare, oltre ai giochi cromatici che si formano con la luce. soggiorno a Capri di Neruda

Terminato il giro dell’isola via mare, si potrebbe pensare ad una tappa nel punto più alto dell’isola di Capri, ovvero il Monte Solaro. Questo è raggiungibile mediante la seggiovia che si trova ad Anacapri, il comune più esteso dell’isola. Si tratta di un’esperienza piacevole e che, in caso di bella giornata, permetterà di ammirare un paesaggio incredibile. Se la giornata è abbastanza chiara, sarà anche possibile ammirare le isole vicine e soprattutto il Golfo di Napoli in lontananza. Sono disponibili anche diverse escursioni sul monte per poter ammirare la bellezza della flora e della fauna del posto. Chi si trova sul Monte Solaro non potrà perdersi anche la bellezza dell’Eremo di Cetrella per poi godersi tranquillamente la discesa a piedi. Tappa obbligata deve essere fatta anche alla Villa San Michele, uno dei posti più ricchi di storia di Anacapri. In particolare, questa era la residenza di un medico svedese, Axel Muthe il quale agli inizi del ‘900 la usava come dimora posto per le sue vacanze.

La particolarità di questo posto è legata al fatto che è un museo oggi e che permette di ammirare una serie di opere dell’età romana e reperti storici di grande prestigio. Questo perché il dottore svedese volle la sua villa proprio in corrispondenza di dove furono rinvenuti resti di una antica villa romana, utilizzando ciò che trovava come decorazioni che oggi possono essere ammirate. Immancabile anche una sosta nella celebre Piazzetta di Capri dove sono stati girati diversi film celebri e dove si possono gustare specialità ed il classico caffé del posto.

Proprio per quanto riguarda le specialità enogastronomiche, Capri offre un’ampia scelta: tantissimi i ristoranti presso cui gustare piatti tipici e prelibati. In particolare, si potrebbe assaggiare un piatto di ravioli capresi, ripieni di maggiorana, parmigiano e caciotta secca e conditi con del sugo fresco. Anche gli scialatielli sono una specialità per quanto riguarda i primi, mentre per chi ama il pesce, si può gustare dell’ottima pezzogna all’acqua pazza, pesce tipico della zona, o anche dei gamberetti. Immancabile ovviamente anche la pizza.

“Nel ventre di Napoli”: alla scoperta della città di Matilde Serao

Una storia millenaria che affonda le sue radici nell’VIII a.C., quando il meridione italico viveva sotto la felice e affascinante egida della Grecia. Dalla dominazione dei filosofi si passa a quella con un’impronta più militare ma altrettanto magnifica ed eterna dei romani. Crogiolo di etnie, tradizioni, lingue, canti; è stata influenzata dai bizantini, governata dai francesi, sedotta dagli spagnoli. Un panorama famoso in ogni angolo del mondo con un golfo unico nel suo genere per conformazione e colori che trovano definizioni poetiche in opere di autori come Goethe, Leopardi, Striano, Matilde Serao. Vicoli e vicoletti si inerpicano in tutto il tessuto urbano incrociandosi con decumani romani che spaccano la città in fette, se vista dall’alto.

La leggenda vuole che una sirena di nome Partenope sia stata portata dalle correnti marine tra gli scogli di Megaride e una volta morta abbia assunto la morfologia dell’attuale territorio. Avete capito di quale luogo onirico e al tempo stesso contraddittorio stiamo parlando? Di Napoli, dal greco Neapolis, città nuova.

Ogni generazione di intellettuali ha provato a suo modo a descriverla, a rivelarne i segreti più reconditi nel tentativo di giustificare l’eterno equilibrio tra disagio etico-sociale e slancio vitalistico, sempre sul punto di collassare su se stesso. Un titolo che esalta il carattere viscerale e intenso di quest’urbe così imprevedibile è Il Ventre di Napoli, della già citata scrittrice Matilde Serao.

Donna coraggiosa e combattiva, la sua opera trasuda la volontà di mitigare i luoghi comuni pittoreschi legati a Napoli e darne di contro una lettura critica, quasi giornalistica, che esplicita una condizione materiale ai limiti dell’accettabile. Ciò nonostante non dimentica di esaltarne le bellezze, quelle vere, quelle lontane dall’immagine retorica del lungomare Caracciolo, simbolo borghese di un luogo che custodisce nel suo ventre esplosivo l’essenza misterica inespressa. Tutto ciò è visibile, tangibile con mano, eppure non è sempre facile addentrarsi nei posti significativi di Napoli.

Bisogna entrare nell’ottica di procedere secondo un movimento che va dall’alto verso il basso e viceversa. Si parla di una città costruita su strati sovrapposti, ognuno dei quali porta con sè i tratti somatici di qualche civiltà o popolo che ha imposto il suo dominio temporaneo. Nessuna di queste Napoli è mai davvero morta o scomparsa, ha solo lasciato volta per volta il posto a quella “nuova”, come il suo stesso nome vuole. Ma da dove cominciare? Come detto, dall’alto. Castel Sant’Elmo e la Certosa di San Martino sulla collina del Vomero offrono una visione elevata di Napoli, in tutti i sensi. Da quell’altezza è possibile rimirare in lontananza la presenza ferma e imponente del Vesuvio, dalle cui pendici si irradia tutto il tessuto urbano in direzione centro storico da un lato, penisola sorrentina e costiera amalfitana dall’altro. Oltretutto affacciandosi dalle mura di Castel Sant’Elmo – postazione per le vedette del Re eretta nel 1329 – è possibile scoprire l’effetto ottico della famosa Spaccanapoli, una vera e propria ferita nella città, un decumano maggiore. Parte proprio dai piedi della collina vomerese per morire poi in un’altra via storica, quella del Duomo, dove ogni 19 settembre la credenza superstiziosa di diversi napoletani attende con ansia lo scioglimento del sangue di San Gennaro, patrono della città.

A questo punto la Serao ci direbbe di proseguire e scendere giù per il Corso Umberto I – meglio noto come Rettifilo, un’ampia strada rettilinea lunga 1,3 km a doppio senso di marcia per le auto che collega Piazza Bovio con la Stazione Centrale, fu costruito dal governo Depretis a fine Ottocento per l’opera di Risanamento della città. Un piano socio-urbanistico teso ad uniformare la morfologia di Napoli alle altre grandi metropoli europee. Proprio lì, all’altezza di Via Mezzocannone, c’è la storica sede dell’Università Federico II fondata nel lontano 1224 dal Re del Sacro Romano Impero e delle due Sicilie Federico II di Svevia, è ritenuta l’istituto accademico laico e statale più antico del mondo.

Non possiamo dimenticare di citare la via principale del centro storico, Via Roma, in passato Via Toledo. Strada che congiunge la piazza dedicata a Dante Alighieri con la famosissima Piazza del Plebiscito, laddove affacciavano i Re dall’immensa e bellissima dimora di Palazzo Reale. Attualmente sottoposto ad un’ampia opera di restauro sia interna che esterna, di fianco al Palazzo vive e ospita tutt’ora balletti e opere il Teatro San Carlo, il più antico d’Europa essendo stato aperto al pubblico per la prima volta il 4 Novembre del 1737. Insomma, Napoli offre tanto sia agli occhi che alla mente, visitarla per conoscerla significa ritornarci due, tre e più volte.

Recanati, alla scoperta dei luoghi di Giacomo Leopardi

Si va alla scoperta di uno dei poeti che ha maggiormente segnato la storia della letteratura italiana e della sua terra, con la quale fu profondamente legato: stiamo parlando di Giacomo Leopardi e la sua Recanati. Ogni appassionato di letteratura sa che il celebre poeta scriveva le sue creazioni all’interno della sua casa a Recanati nelle Marche. In diverse sue opere infatti, ci sono riferimenti al suo paese, e a quello che lo circondava al di fuori di casa sua. Andremo allora a scoprire insieme questa città nel cuore delle Marche, i suo luoghi ricchi di fascino, sempre accompagnati dalle poesie dello scrittore, che ci condurranno così in un viaggio letterario davvero appassionante.

Recanati, la città Leopardiana

La città di Recanati sorge sulla cima di un colle, circondato dal Monte Conero e dai Monti Sibillini. Recanati dista circa 20 km da Macerata e 40 km da Ancona, il capoluogo marchigiano. Ed è proprio qui, su questo colle poco distante dal mare che Giacomo Leopardi ha coltivato il suo insaziabile bisogno di sapere e la sua voglia irrefrenabile di esprimere attraverso la scrittura tutta la profondità dell’animo umano. Se siete in vacanza nelle Marche o semplicemente abitate nella zona, non potete mancare di visitare questa città, molto suggestiva a livello storico-culturale. Non si può che iniziare da lì, dalla casa del poeta, dove tutto ebbe inizio. La casa natale di Giacomo Leopardi, chiamata “Casa Leopardi” è tutt’ora abitata dai discendenti del poeta ed è aperta al pubblico. Sicuramente una grande occasione di conoscere la vita di Leopardi tra le mura domestiche. La casa è stata ristrutturata recentemente dall’architetto Carlo Orazio Leopardi. L’ambiente più suggestivo e che evoca maggiore emozione è sicuramente la biblioteca. Qui in questa stanza si possono ammirare oltre 20.000 volumi raccolti dal padre del poeta, Monaldo Leopardi. Ogni angolo della casa parla del poeta e in particolar modo osservando lo scrittoio, la poltrona e gli scaffali ci sembra di vedere Leopardi al lavoro, mentre leggeva e pensava alle sue opere. E’ proprio in questa abitazione che nascono i sentimenti e la personalità del poeta, che si porterà dietro per sempre e che esprimerà di continuo nei suoi lavori, come il rapporto tormentato con i genitori, l’amore incondizionato per i fratelli, la vita quotidiana e l’infatuazione per Silvia.

Alla scoperta de “Il sabato del villaggio” e “Il passero solitario”

Un altra tappa da non mancare è senza dubbio la “Piazzetta del Sabato del Villaggio“. Il nome lo deve chiaramente alla celebre poesia di Leopardi, che si riferiva proprio a questa piazza nel raccontare ciò che vedeva guardando fuori da casa sua. Era qui che i personaggi menzionati nella poesia rientravano la sera dopo una giornata di lavoro in campagna e dove ritornavano vestiti a festa la domenica mattina per la messa. La vista su questa piazza ebbe un ruolo determinante nella sua poesia e nella sua vita privata poiché gli permetteva di osservare con attenzione la vita di paese, dei suoi abitanti e soprattutto di Silvia.

Un altro posto imperdibile per gli amanti della letteratura e di Leopardi in particolar modo è la Torre del “Passero Solitario“. Questa Torre, appartenente alla chiesa di Sant’Agostino, fu resa celebre proprio dalla celebre poesia, in cui Leopardi si identificava malinconicamente propria nella solitudine dell’uccello. Per concludere è interessante visitare il Palazzo Antici-Mattei, dove abitava la madre di Leopardi Adelaide Antici Mattei, un edificio elegante e decorato da iscrizioni in latino.

La quarta tappa di questo viaggio turistico letterario alla scoperta di Giacomo Leopardi è la Chiesa di Santa Maria in Montemorello, in cui proprio lo scrittore venne battezzato nel 1798. Il nostro viaggio non può saltare la visita del mitico Colle dell’Infinito, che corrisponde alla cima del Monte Tabor che gode di una fantastica vista sui Monti Sibillini. Era proprio su questa collina che Leopardi si rifugiava per trovare un po’ di solitudine e silenzio, allontanandosi dalla vita mondana della famiglia e trovando in questo luogo, il posto giusto in cui meditare e stare in pace con se stesso. Era sempre da questo colle che Giacomo prese spunto per il suo celebre idillio, composto solo all’età di 21 anni e intitolato L’infinito. All’interno del parco si trova anche il Centro Mondiale della Poesia e della Cultura, in cui si svolgono numerosi eventi incentrati sulla cultura letteraria. Proseguiamo il nostro viaggio in compagnia di Leopardi passando per il Palazzo “Venieri”, un edificio storico al centro di Recanati da cui ammirare una bellissima vista, fatto costruire dal Cardinal Venieri su disegno di Giuliano da Maiano.

Ecco quindi l’affascinante itinerario di un viaggio unico, che consentirà ad ogni amante della grande poesia italiana di immergersi completamente all’interno del mondo di Giacomo Leopardi, comprendere al meglio quello che pensava e quello che osservava mentre scriveva i suoi capolavori. Tutti i suoi sentimenti e pensieri come le grandi teorie del piacere e dell’infinito saranno più reali mentre passeggerete nelle strade storiche di Recanati e mentre vi muoverete vicino alla sua scrivania.

Sulle orme di Zeno Cosini: itinerari nella Trieste di Italo Svevo

Italo Svevo è lo pseudonimo sotto cui pubblicò le sue opere Aron Hector Schmitz, uno dei maggiori scrittori della storia italiana e il più importante della letteratura triestina. Anche se scrisse tre soli romanzi in vita (La coscienza di Zeno è il più importante e una pietra miliare della produzione letteraria a livello mondiale), il suo contributo allo stile narrativo è immenso, in quanto introdusse quello che venne chiamato il flusso di coscienza nella narrazione. Le figure di Italo Svevo e di Zeno Cosini, il protagonista di La coscienza di Zeno, sono indissolubilmente legati a Trieste: non solo questa città è l’ambientazione del romanzo in questione, ma anche il luogo di nascita dell’autore nel 1861. Inoltre Svevo vi visse per gran parte della sua vita. Ecco perché un viaggio nel capoluogo friulano non può prescindere da itinerari letterali, in modo da unire turismo, letteratura e luoghi di grande interesse storico, artistico e culturale. Questi tour sono estremamente interessanti e non appassionano soltanto i lettori.

Il punto da cui partire per visitare la Trieste di Italo Svevo e di Zeno Cosini è Piazza Hortis: si tratta di un’area pubblica dominata dalla statua dell’autore e con pregevoli piante ad alto fusto. È stata creata durante la dominazione francese, quando fu demolito il convento della Chiesa di Sant’Antonio Vecchio dei padri minoriti. La piazza è occupata quasi interamente da un giardino di oltre 2mila metri quadrati, al cui centro vi è la statua dello storico e politico triestina a cui l’area è intitolato. Negli ultimi anni la piazza è stato sottoposta a una notevole riqualificazione: grazie a un restyling globale sono stati risistemati aiuole, vialetti e impianti di irrigazione; in più sono state creati spazi per attività culturali e sono state eliminate le barriere architettoniche così da rendere la piazza fruibile a tutti. L’intervento fa parte del programma Pisus, che deve terminare a inizio 2017. Nello specifico i vialetti interni sono stati pavimentati in ghiaia a vista e calcestruzzo architettonico, le aiuole sono state ampliate e nuove piante sono state messe a dimora. Un’area è stata dedicata alla musica, alla lettura e alle rappresentazioni teatrali. In questo modo si crea un collegamento naturale e ideale tra l’area verde e l’attività della vicina Biblioteca civica, a cui si aggiungono i palazzi circostanti di notevole prestigio. Di conseguenza gli spazi chiusi della biblioteca proseguono all’esterno, entrando in contatto con quelli del giardino con la stessa funzione: qui si consultano libri e riviste facente parte del patrimonio bibliotecario e collegarsi alla piattaforma internet in quanto è presente una rete wi-fi gratuita.

La Biblioteca Civica di Piazza Hortis è un altro luogo legato alla figura di Italo Svevo e dei romanzi da lui scritti: qui l’autore si dedicava alla ricerca di informazioni da trasferire nei suoi racconti e alla lettura. Tra l’altro è stata descritta nel romanzo Una vita. All’interno dell’edificio si trova il Museo Sveviano, spazio imperdibile per conoscere lo scrittore e la sua storia: qui sono raccolti molti oggetti appartenenti a Italo Svevo e donati dalla figlia Letizia Svevo Fonda Savio. Ad esempio si trovano il violino dello scrittore e varie foto. In più vi sono numerose carte dell’autore. La donazione alla Biblioteca Civica di Trieste è avvenuta in quanto nell’edificio esisteva già una Saletta sveviana e il museo è stato inaugurato il 19 dicembre 1997: questa data è il giorno di nascita di Italo Svevo. Questo fatto si celebra con un evento ogni anno con il nome “Buon compleanno Svevo”. In più nella biblioteca si svolgono le Serate Sveviane, organizzate in collaborazione con il Teatro Stabile La Contrada. In questo modo nello spazio pedonale davanti alla biblioteca Civica vengono offerte gratuitamente al pubblico tutte le commedie di Italo Svevo, opere poco conosciute nel settore del teatro e della letteratura.

Sulle tracce di Italo Svevo e di Zeno Cosini si può anche prendere un buon caffè in un locale storico e di grande eleganza: per questo si fa tappa al Caffè San Marco, dove lo scrittore si recava spesso. Si trova in via Battisti 18 e fu inaugurato il 3 gennaio 1914, diventando immediatamente uno dei locali più importanti in cui si ritrovavano gli intellettuali e degli studenti triestini. Qui, oltre a Svevo, si incontravano Umberto Saba, Giorgio Voghera, Claudio Magris, Giani Stuparich, Virgilio Gioti e James Joyce durante il suo soggiorno a Trieste. Di proprietà di Marco Lovrinovich, era anche un centro di raccolta di giovani irredentisti (tra l’altro vi venivano creati passaporti falsi per i patrioti antiaustriaci): per questo fu chiuso con un provvedimento d’autorità il 23 maggio 1915. Il locale fu riaperto nel Secondo Dopoguerra e, dopo vari restauri, il Caffè San Marco è ora un caffè, libreria, ristorante e centro culturale, che organizza mostre di artisti locali.

La Sicilia di Verga

Ci sono autori che più di altri sentono un legame profondo con la propria terra, e che poi non possono far altro che trasmetterlo con intensità nelle loro opere. Questo è il caso di Giovanni Verga e la sua Sicilia. Una relazione profonda che nonostante la distanza e il bisogno di nuovi orizzonti, non si è mai spezzata. Un rapporto, questo tra autore e la sua terra, che vale la pena comprendere e vivere in prima persona, attraverso un viaggio letterario in cui si andrà alla scoperta degli splendidi posti della Sicilia, raccontati e vissuti da Giovanni Verga. Andiamo allora a scoprire i luoghi siciliani partendo proprio dalla nascita dell’autore, fino a percorre poi a tappe le sue opere.

Catania, dove tutto ha inizio

Il nostro speciale viaggio non poteva che partire da qui, dalla città di Catania, luogo di nascita dello scrittore. Giovanni Verga nasce a Catania il 2 settembre 1840 in una famiglia economicamente benestante. Il padre discende dal ramo di una famiglia nobile, mentre la famiglia della madre appartiene alla buona borghesia catanese. Catania è una città da visitare almeno una volta nella vita, un luogo ricco di storia, arte e tradizioni. Da non perdere il Castello Ursino, il Palazzo degli Elefanti, il teatro Bellini e tanti altri. Soprattutto però, qui a Catania si trova la prima vera tappa di questo tour letterario: La Casa museo Giovanni Verga. Si trova in Via Sant’Anna e mostra gli arredi originali, talmente accurati che è come se lo scrittore vivesse ancora lì. Un’occasione unica per gli amanti della letteratura e una grande opportunità per ritrovarsi in una atmosfera speciale. Qui ci sono i vari ritratti di famiglia, i vestiti, i libri, il letto dove morì e tutti gli altri dettagli, compreso un suo ritratto del 1912.

Uscito dalla casa gli altri luoghi maggiormente legati a Giovanni Verga si trovano a pochissimi chilometri da Catania. Il viaggio ci porta a Aci Trezza, dove ci si imbatte in una serie di barche di legno recanti i simboli e i santi a cui affidarsi tra il mare in tempesta. È proprio qui, verso la fine dell’800 che Giovanni Verga ambientò la triste storia dei Malavoglia e della loro barca, la Provvidenza, protagonista di una delle opere più importanti dello scrittore.
Proseguendo il nostro viaggio arriviamo presso la Casa del Nespolo, in cui abitavano i Toscano, altri protagonisti dei lavori di Giovanni Verga. Subito dopo l’entrata ci si trova davanti al cortile con il nespolo. Questo posto ci riporta completante all’interno del mondo dello scrittore, potendo vedere alcune lettere che Verga scrisse al fratello Pietro e le varie foto in bianco e nero regalate dagli abitanti che parteciparono al film La terra trema, ispirato alle vicende de I Malavoglia.

Vizzini e altri posti speciali

Questo viaggio letterario prosegue ad Aci Castello, dove è possibile visitare il giardino botanico tra le antiche mura dove Verga ambientò la novella Le storie del castello di Trezza. Alcuni non sono d’accordo sul fatto che Verga sia nato realmente a Catania; molti infatti, suffragati da motivi storici ritengono che lo scrittore sia nato invece a Vizzini, nel podere di suo zio. In questo bellissimo posto tra le colline, a circa 60 chilometri da Catania troviamo infatti la Casa della Memoria di Palazzo Trao, dove si possono ammirare altri numerosi cimeli appartenuti allo scrittore, come foto, ritratti e diversi oggetti. Proprio in questo luogo suggestivo, Giovanni Verga ambientò alcuni dei suoi racconti più celebri come Mastro don Gesualdo, Cavalleria rusticana, e Jeli il pastore. Nei pressi di Catania ci sono diversi posti che rimandano alle opere di Verga, che gli appassionanti non potranno non notare. Da non perdere, la bellissima Chiesa di Sant’Agata, in cui Bianca Trao e Mastro Don Gesualdo si sposarono, per non parlare del quartiere della Cunziria, dove si svolge il duello tra Alfio e Turiddu. Infine si può fare un salto in Piazza Santa Teresa, dove vengono rappresentate alcune parti della Cavalleria rusticana. Questi sono solo alcuni luoghi da non perdere per un viaggio letterario unico, che permetterà di immergervi nell’atmosfera della Sicilia di Giovanni Verga.

“Cristo si è fermato a Eboli”

Centinaia di migliaia di lettori di intere generazioni hanno sofferto, pianto e gridato all’ingiustizia nel leggere uno dei capolavori della narrativa contemporanea italiana come Cristo si è fermato a Eboli.
La figura del narratore è largamente (quasi completamente) sovrapponibile con quella dello scrittore, Carlo Levi, anzi, il dottor Carlo Levi.
L’uomo, nativo di Torino e medico professionista, subisce la pratica del confino messa a punto dal regime fascista per sbarazzarsi di oppositori politici e personaggi scomodi. Per questo motivo Levi viene catapultato da Torino in Lucania, l’odierna Basilicata, terre allora desolate nelle quali vigono delle morali ancora arcaiche e dei gesti senza tempo, quasi pagani e legati a rituali mistici di ancestrale memoria.

Il primo luogo del romanzo che merita di essere menzionato è proprio Eboli, una piccola cittadina in provincia di Salerno, precisamente nella parte nord della provincia. Dato che non confina neanche con la Basilicata, ci si può chiedere perché l’autore abbia scelto questo luogo come simbolo di spartiacque tra la civiltà e qualcos’altro che non è più civiltà, ma non è di sicuro barbarie.
Eboli è un piccolo paesino pianeggiante che fu fondato circa all’età del bronzo, e che porta i segni della colonizzazione da parte della fiorente civiltà Villanoviana (forse antesignana degli Etruschi).
Il paesino è stato colonizzato dai Goti di Alarico, ed è sempre rimasto un crocevia di passaggio per giungere al Sud, finché nel 1980 il terremoto dell’Irpinia non ne ha parzialmente distrutto l’architettura.
I monumenti più cematera-220923_640lebri di Eboli sono sicuramente i palazzi nobiliari, come Palazzo Martucci, risalente al XV secolo, o il più antico di tutto, Palazzo Romano Cesareo, del XII secolo.
Dal punto di vista religioso merita sicuramente la Badia romanica di San Pietro alli Marmi, risalente addirittura al 1076.

Una menzione speciale a parte merita il capoluogo di provincia di Matera, un luogo che ancora oggi è rimasto senza tempo. Se si prova ad immaginare cosa abbia provato il dottor Levi ad essere trasportato dalla fiorente e moderna Torino in queste terre assolutamente ancestrali, la prima immagine di arcaicità che viene in mente è sicuramente quella della cittadina arroccata sui famosi sassi. Lo stesso Levi, nel romanzo, dice di Matera “Chiunque veda Matera non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza”.

Uno dei monumenti più importanti da guardare nella città completamente bianca è la cattedrale di Matera, costruita secondo uno stile romanico pugliese. L’edificio comunque più suggestivo, soprattutto di notte, è la chiesa di San Giovanni Battista, costruita nel 1233 ed anche questa in stile romanico, con tre aperture sulla facciata principale e un soffitto molto basso ed imponente.
Lungo la gravina, che è una gola strettissima ed alta scavata nella zona di Matera da millenni di passaggio d’acqua, si contano circa 150 piccole chiese rupestri, rifugi seminascosti ed affascinanti altari costruiti nelle crepe della roccia per pregare lontano da occhi nemici durante i tempi delle persecuzioni contro i Cristiani.
Matera è anche culla di un sito archeologico importantissimo, quello del Colle di Timmari, dove si trovano resti preistorici ma anche rovine di una civiltà molto famosa, quella degli Apuli, spazzata poi via dalla colonizzazione di Roma.

Infine, non si possono non menzionare i due paesini cardine del romanzo, quelli dove il dottor Levi ha trascorso i mesi di confino come medico condotto, ovvero Grassano ed Aliano (nel libro chiamato Gagliano).
Questi due piccoli paesi sono ancora oggi semi sconosciuti se non fosse per il romanzo.

A Grassano Levi ci arrivò il 3 agosto 1935, e qui il medico e pittore dipinse almeno 70 quadri durante il periodo di reclusione.
I monumenti più significativi sono sicuramente la Chiesa della Madonna della Neve, così chiamata per via di un miracolo e costruita in un periodo imprecisato (se ne hanno notizie attorno al XVI secolo, ma non si sa di preciso quando venne edificata) e il Convento di Santa Maria del Carmine, che contiene una Via Crucis di Domenico Guarino.
Dopo neanche 30 giorni di stallo a Grassano, Levi fu confinato in un paesino ancora più piccolo e sperduto per volere dell’autorità fascista locale della provincia di Matera, ovvero Aliano, che lui chiama Gagliano.
In questo paesino, che ancora oggi conta poco più di mille abitanti, il monumento storico di maggior interesse è proprio il Museo Carlo Levi. Qui sono raccolti documenti e dipinti del dottore in confino, organizzati secondo un percorso cronologico ed esistenziale, che costituiscono un documento fondamentale della nostra storia assieme alla casa dove Levi visse il suo confino.

“Ragazzi di Vita”. Alla scoperta della Roma di Pasolini

Roma è una città legate modo particolare alla figura di Pier Paolo Pasolini; il poeta, scrittore, regista, letterato trascorse qui gran parte della sua vita da adulto e diede della città alcune descrizioni ormai entrate nell’immaginario comune. Infatti è difficile avere un’idea della città eterna senza Pasolini. Anche se vi abitò ininterrottamente per 20 anni (dal 1950 al 1970), il soggiorno romano di Pasolini può essere suddiviso in periodi diversi. Nei primi mesi del 1950 visse vicino al vecchio ghetto ebraico al portico di Ottavia, mentre dal 1951 al 1953 ci fu il periodo a Via Giovanni Tagliere, a Borgata Rebibbia. Qui Pasolini entrò in contatto con il dialetto e la vita popolare romana.

Il periodo più lungo è rappresentato da soggiorno a Monteverde, durato quasi 10 anni, prima nella casa in Via Fonteiana (1954- 1959) e poi, dal 1959 al 1963, in Via Carini. Qui Pasolini trasformò il vissuto in ambiente letterario, prima tenendosene a distanza e successivamente ricomponendolo come elemento ancestrale. Monteverde anche l’ambientazione di uno dei più importanti romanzi di Pasolini, “Ragazzi di vita“. Il nome del quartiere deriva dalla presenza di antiche cave di tufo verde sfruttate già in epoca romana e dal fatto che ha un’altezza di 80 metri. Situato alle pendici del Gianicolo, è il colle più settentrionale della cintura di alture che si affacciano sulla riva destra del Tevere. Si estende da Villa Doria Pamphili alla Piana dei Prati dei Papi: il suo punto più alto è Piazza San Giovanni di Dio; in “Ragazzi di vita” la si definisce la “girata del tram”. Si trattava del capolinea del tram, dove mezzi giravano su un carosello (anello) per ritornare verso Roma.

Monteverde è descritto in maniera efficace da Pasolini ne “Il Ferrobedò”, il primo capitolo del romanzo. In realtà il quartiere gianicolense, tra i maggiori di Roma per estensione e popolazione, è formato da due nuclei, Monteverde Vecchio e Monteverde Nuovo. Il primo è incentrato su Piazza Rosolino Pilo, che il piano regolatore del 1909 prevedeva circondata da edifici, trasformati in intensivi da quello del 1931. Qui si trova anche la chiesa di Santa Maria Regina Pacis. Da piazza Pilo scendendo per le vie Barrili, Guinizzelli e Massi si raggiunge la circonvallazione Gianicolense, a ridosso della quale si sviluppa Monteverde Nuovo. Nel tratto di destra c’è l’ospedale San Camillo, una volta del Littorio; più avanti, il fronte destro della circonvallazione si apre in Piazza San Giovanni di Dio, da dove si individua la chiesa di Nostra Signora de La Salette, con interno coperto a spicchi sfalsati a formare due croci, su uno spazio mosso dal succedersi di absidi curvilinee.

Il nome Ferrobedò indica la Ferrobeton, fabbrica di binari situata in una conca vicino a Ponte Bianco. Quest’ultima struttura con leoni e obelischi in travertino (littori scalpellati) serviva per l’accesso da Trastevere all’Ospedale San Camillo eliminando il passaggio a livello. La parte inferiore della fabbrica era chiamata Bagno Traverse perchè qui si impregnavano le traversine col catrame. Anche se all’epoca era collegata alla stazione di Trastevere, ora la Ferrobeton non esiste più. Anche la vicina Raffineria di Roma, chiamata anche la Purfina, era pienamente attiva ai tempi dei “Ragazzi di vita”.
La zona di Via Fonteiana insiste nella zona dei Grattacieli, case popolari realizzati in epoca fascista esattamente tra Monteverde Nuovo e Monteverde Vecchio. Nell’area si trovano anche la scuola Franceschi e la Villa Doria Pamphili. La prima ha una struttura imponente, è stata costruita nel 1939, durante la guerra ospitò un gran numero di sfollati e nel 1951 crollò in parte. Si tratta di un evento che Pasolini racconta in “Ragazzi di vita”. La scuola esiste ancora ed è uno dei pochi istituti elementari descritti in un romanzo. Villa Doria Pamphili, invece, è detta anche Bel Respiro, e fu costruita per il nipote di Papa Innocenzo X nel 1644-52. Ampliata a metà dell’Ottocento, subì notevoli modifiche nella zona del parco (esteso 184 ettari con 6,5 chilometri di perimetro, fatto che lo rende il più vasto della capitale), a seguito dei danni causati dai combattimenti della Repubblica Romana. La Villa Doria Pamphili decritta nel romanzo è diversa da quella attuale, perchè nel 1960 il tratto dell’Olimpica, intitolato a Leone XIII, ha diviso in due il giardino. Soltanto di recente un nuovo ponte pedonale ha collegato di nuovo le due aree.

Monteverde è stato uno dei quartieri di Roma che, negli anni Cinquanta fino agli anni Settanta, è stato maggiormente interessato dalla speculazione edilizia, mentre la zona di Villa Doria Pamphili fu interessata dalla costruzione di villette residenziali. Sempre in “Ragazzi di vita” si parla di un ponte non terminato: si tratta del Ponte Marconi, che fu completato soltanto nel 1953. Si apre su Viale Marconi, realizzato nel 1939-1940, anche se all’epoca non era asfaltato. Si trattava della seconda strada di accesso all’EUR.