Monnezza, di Francesco De Filippo

A voi attenti lettori la recensione di Monnezza (Infinito editori), di Francesco De Filippo, partenopeo, giornalista dell’Ansa e autore di diversi libri.

“Scusate…scusate,siete della Rai?…E scusate, che significa che non c’avete le telecamere?…Eh no mica so’ del mestiere io, che ne saccio?…Allora nun facite ‘a televisione?…E vabbè, scusate, ho sbagliato, mica vi volevo offendere…e che miseria, nun se po’ dicere niente…no, al contrario, io vi ho visto che stavate girando, vi volevo aiutare…Io? Io so’ Totore ‘o marenaro, sto qua da cinquant’anni, saccio tutto di Pianura, di Quarto,Monteruscello, di tutta la zona,conosco tutti…[…]

Le frasi iniziali di Monnezza mi scaraventano nel centro di Napoli, tra il traffico di macchine e di gente che si urla e si urta correndo lentamente verso un lavoro chè, chissà se domani sarà la stesso. Domani è un altro giorno. Una ventata improvvisa di caos, rumori, voci, odore di caffè e strade intarsiate di vicoli che custodiscono i segreti dell’arte, non sempre nobile, dell’arrangiarsi.

“Questo rappresenta proprio ‘a nostra realtà: nuje campammo in un posto che non conosciamo, nun sapimme manco nuje chi simmo, che facciamo. Faccio filosofia? Dite che faccio filosofia? E allora dite, che vulite sapè?  E certo ve lo racconto, però mi dovete pagare il caffè, ‘ccà niente è gratis ‘uagliù, io sono la memoria storica…[…]”

E Totore ‘o marenaro racconta: di come sono nate le costruzioni abusive di Pianura e le prime insane “sepolture” dei rifiuti. Racconta degli intrallazzi protetti dal silenzio delle istituzioni; dei sospetti e delle domande della gente comune svanite nelle nuvole  tossiche dei rifiuti bruciati.

Di colpo, l’immagine svanisce, il caos abbandona Napoli ed entra nel libro. La narrazione di Totore scorre come un fiume in piena e mentre la triste realtà si delinea e viene a galla, qualche passaggio resta oscuro. Non è chiaro (per quanto forse irrilevante) a chi si rivolga effettivamente ‘o marenaro e non è chiaro in che modo la camorra tragga profitto dal “business” dell’immondizia.

Direi che per chi non scavalca regolarmente montagne di sacchetti neri, non guarda il telegiornale di ogni ora (che sempre si premura di sottolineare le nefandezze partenopee ,siano esse monnezzesche, criminali, incivili o camorristiche), Monnezza da un’idea, per quanto vagamente disordinata, di come si sono svolti i fatti inerenti l’invasione dei rifiuti in Campania.

Da leggere se si vive altrove, dunque, o se qualche particolare è sfuggito vista, lasciatemelo dire, la confusione delle informazioni mediatiche, spesso nebulose e troppo spesso volte a criminalizzare una regione, chiudendo un occhio sul concorso di responsabilità nazionale.

“Pecchè qua volente o nolente, tutto quello che si fa deve passare per il Nord. Sempre loro decidono e po’ dicono che siamo stati noi, i pezzenti, i mariuoli, ‘e fetient’, avete capito? Lora fanno ‘ ‘mbruogli’ e poi dicono che siamo stati noi.”

Da leggere anche se volete sapere qualcosa sulla “catastrofe nera” di Napoli ma non avete voglia di spulciare articoli, decifrare documenti o districarvi nel mare di fonti e di informazioni offerti dalla Grande Rete.

Da leggere altresì  se siete campani stufi di sentirvi accusati di inciviltà e di vedervi sbattuti sullo schermo come una massa informe di barbari caproni.  A suo modo e nel suo piccolo di 109 pagine, Monnezza è una denuncia. E, cavalieri permettendo, non dovrebbe passare… in cavalleria…

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