Una scuola più inclusiva

Un scuola più inclusiva è una scuola più severa. In proposito, vi passo un articolo di Giuliano Ferrara che ho letto giorni fa su Panorama. Secondo quello che a me appare, Ferrara  si mostra lucido, caustico, insofferente della demagogia, delle mielose parole del conformismo buonista e capace di penetrare il “punto” della questiona sulla scuola.

E il punto qui lo troverete sul fondo dell’articolo nella forma di una critica rigorosa alle magnifiche sorti della scuola cosiddetta “inclusiva” e che, invece, spesso non include un bel nulla, salvo ignoranza, sciattezza e creatività a buon mercato.

Infatti,  il nodo che spesso divide nel giudizio relativamente alla scuola e che determina tutte le altre contrapposizioni sta proprio qui; nella critica - che Ferrara esprime e che io molto spesso sottoscrivo - alle degenerazioni evidenti della scuola di massa, la quale ha avuto dei meriti all’inizio del secolo ma che forse ora ha fatto il suo tempo (ed il buono che doveva produrre lo ha già prodotto).

Ripristinare severità, efficienza e merito e contrastare lassismi, corporativismi e riduzioni dell’istituzione educativa a mero strumento di “sostegno al reddito”, sono i criteri che, secondo Ferrara, dovrebbero orientare questa piccola società appartata che è la scuola.

Una scuola dovrebbe essere,come Ferrara dice, il luogo dell’incontro tra la vocazione ad imparare e la vocazione ad insegnare, fortificate da disciplina e impegno rigoroso e non, come spesso accade, una generica agenzia di socializzazione. Solo a questa condizione essa integra e promuove.

Prescindere da quest’intreccio tra “esclusione” (traducibile anche con il termine di selezione sulla base del merito, ovviamente e non del censo) ed inclusione significa ridurre la scuola a quell’insieme di macerie nel quale spesso noi tutti viviamo e patiamo.

Sulla scuola italiana si raccontano un sacco di balle (articoli da pag. 72) e si fa molta poesia canterina a buon mercato. Gli insegnanti precari sarebbero 500 mila, non li si può «smaltire» per usare una parola disgustosa in fatto di professioni nobili, se non in 30 lunghi anni, giusto gli anni che sono stati necessari per produrre questo cancro sociale.

Poi si scopre che sono la metà, che in 8 anni si può riparare il tutto con un arruolamento regolare, e che c’è perfino spazio, specie se l’economia riprende sul serio, per evitare il castigo dell’esclusione a vita ai nuovi meritevoli che si affacciano sul mercato del lavoro, e alle competenze necessarie all’insegnamento pubblico.

Un sacco di balle, giustappunto. A Bologna si grida al «marchionnismo» del rettore, che vuole sostituire chi fa blocco della didattica con professori a contratto: ma il “marchionnismo” è un caso di alleanza tra socialdemocrazia e capitalismo dopo le ideologie, non è il pugno duro o il paternalismo di Vittorio Valletta, non è l’officina-confino o la bastonatura dei sindacati comunisti nel clima della guerra fredda; il “marchionnismo”, se non sbagliamo, si presenta come capacità di salvare aziende non più competitive, rilanciarle nel mercato, traversare oceani, rinnovare modelli e reti, investire, e solo alla fine chiedere disciplina e sensibilità sindacale contro il blocco della produzione o il suo boicottaggio, di fronte alla crisi dell’auto.

Questa Mariastella Gelmini, figura perfettina e ammodo di italiana concreta e senza troppi svolazzi, si prodiga da due anni per rimettere a posto cose sconquassate in tre decenni, e meriterebbe un’apertura di credito generosa da parte delle élite laiche e borghesi del Paese.

Invece il ministro dell’Istruzione pubblica, che procede con passo cadenzato e pacato, senza esibizionismi, è un prodotto del Nord, della nuova politica berlusconiana, del pragmatismo sensato e riformista, di un compromesso trasversale che ha dalla sua la comprensione del Quirinale e di buona parte della sinistra, e per questo è invisa ai poeti di una scuola disordinata e creativa, allegra e multiculti, ideologica e simbolica.

I cantori della scuola buona e integrazionista sono,infatti, i responsabili della più grave tra le balle che si raccontano sul sistema pubblico dell’istruzione: il suo carattere aperto.

La scuola deve essere un perimetro che include ed “esclude”, un luogo in cui il valore dell’apprendimento e quello dell’insegnamento si incontrano come vocazione da irreggimentare (e basta con la paura delle parole forti e significative), insomma una piccola società appartata da coagulare in usi e costumi propri.

La scuola che funziona, in tutte le società aperte, non è un pezzo del quartiere, un segmento della socialità, un’esperienza generica di amicizia, di philìa e di amor panico, è invece un’istituzione collegiale tendenzialmente severa, tende a distinguere e a delineare un percorso privilegiato, quello della conoscenza, delle idee che si strutturano e prendono forma, dell’esperienza teorica e pratica utile alla costruzione di un profilo professionale in un contesto di crescita della personalità libera che è la nostra radice umanistica.

Questo è l’unico modello di scuola che integra, che esprime e giustifica la stessa nozione di istruzione pubblica. Il resto è canto, swing mentale, musica leggera.

Ferrara Giuliano

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