Il ruolo dell’insegnante

Per quanto inattuale possa suonare, Il ruolo dell’insegnante non può essere quello del “facilitatore”o del tecnico dell’apprendimento ma quello di stimolare la conoscenza di mondi diversi, altri da sè.

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Ecco, se io devo proprio individuare un nodo – al di là della insulsa catechesi intorno ai caratteri dell’insegnante modello, moderno e politically correct che troppo spesso si ammannisce nelle scuole – che distanzia la visione dell’educazione del sottoscritto da quella che emerge dal ventre molle e buonista del “pedagogismo” dominante, questo nodo risiede per me proprio nella diversa valutazione del ruolo dell’insegnante e dell’insegnare oggi.

Io credo, infatti, che nell’epoca del bombardamento delle immagini a cui i ragazzi sono soggetti quotidianamente, nel tempo dei saperi diffusi benché parcellizzati e della società della conoscenza, nell’epoca della moltiplicazione delle agenzie di comunicazione e dei flussi informativi, nell’orizzonte più generale della società liquida,  abbia poco senso, per la scuola, mettersi vanamente a rincorrere, in un atteggiamento prono e codino, la contemporaneità, nella vana e presbite illusione di poter comprendere il presente schiacciandosi acriticamente su di esso.

Piuttosto, io penso che se una funzione è ancora oggi assegnata alla scuola questa consiste nell’offrire ai ragazzi, con partecipazione umana, competenza, fantasia e rigore, una o più proposte di senso dalle quali possa trasparire la conoscenza di mondi “altri” rispetto a  quello che i ragazzi sperimentano ogni giorno con ansia seriale e incipientemente depressiva.

Se la scuola ha ancora una funzione, essa è quella di veicolare la conoscenza di “passati” emblematici e significativi, di tradizioni consolidate e troppo repentinamente archiviate con cui gli studenti possano vitalmente confrontarsi. Io, insomma, auspico, per esprimermi paradossalmente, una scuola finalmente “chiusa” al territorio ed aperta su “passati” che possono essere gravidi di futuro.

Altra funzione non riesco ad annettere alla scuola per come la immagino io, a meno che qualcuno non abbia in testa di ridurre la formazione dell’uomo alla somministrazione di competenze tecniche e funzionalistiche con cui  gestire l’amministrazione degli individui in questi mostruosi apparati tecnico-burocratici nei quali viviamo.

Per me, che coltivo quella idea di scuola, assolutamente “inutile” e deliberatamente “inattuale” ma maledettamente necessaria per uomini non ridotti ad automi ad una dimensione, per me che aborro l’idea stessa di una scuola retta da “impiegati” e volta alla formazione di “impiegati”,  l’insegnante, naturalmente, non può essere un “facilitatore” né colui il quale ratifica qualsiasi sregolatezza di metodo e di sostanza degli studenti.

L’insegnante non può essere nemmeno un tecnico dell’autoapprendimento e dell’autoformazione, ossessionato dal successo formativo dei suoi ragazzi e insensibile al valore educativo di certe frustrazioni esistenziali che aiutano a crescere.

No, di questi insegnanti io penso non si abbia bisogno, se educare continua a significare, come io credo,  “incontrare” e se nell’incontro faccia a faccia con un Maestro si sperimenta una proposta di senso e si fa esperienza, appunto per testimonianza, come sosteneva Don Giussani,  di un  mondo di valori da conoscere, approfondire ed eventualmente vivere.

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