A proposito di educazione all’affettività
Tempo fa pescai sulla rete questa interessante testimonianza di Stefano Doroni (Scuola: i frutti della pedagogia “progressista” , ottobre 2009) sulle storture e le aberrazioni che circolano nelle nostre scuole a proposito di educazione all’affettività.
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Quest’oggi, volentieri gli lascio la parola, nella speranza che la diffusione della coscienza dei guasti di un certo modo di concepire la scuola possa contribuire ad un’inversione di tendenza.
Nella mia esperienza scolastica, come docente, ne ho viste di cose: da ultimo mi sono imbattuto anche nelle lezioni di sentimenti. Fra i soliti progettini buonisti spicca anche l’educazione all’affettività.
C’è di tutto: spazi «alternativi» dove si può stare sdraiati, seduti in qualsiasi posizione, chissà magari anche mettersi le dita nel naso se questo aiuta a «liberare la creatività» (evidentemente le aule dove si sta seduti e si cerca di imparare qualcosa sono una specie di lager che deprime i ragazzi e li umilia).
Ci sono i soliti elaborati su come socializzare, gli esperimenti di «sensorialità», e gli immancabili inserimenti nel famigerato «portfolio» di raccontini e scrittarelli vari (su come è bello incontrarsi, su come siamo tutti fratellini e sorelline, su come ci piace stare insieme) che dovrebbero arricchire il curriculum dello studente.
Ore perse, letteralmente rubate all’attività di insegnamento, buttate via dietro a giochi e giochini divertenti per insegnanti e alunni: i primi non devono fare la fatica di insegnare nulla, i secondi non devono applicare le proprie menti ad imparare un tubo. Evviva la scuola simpatica! È ovvio che poi i ragazzi siano felici quando finisce la lezione di «sentimenti»: non hanno dovuto lavorare!
L’educazione sentimentale non è qualcosa che si impara in lezioni strutturate; queste sono solo le illusioni dei pedagoghi progressisti e ciarlatani che hanno permesso che la scuola diventasse tutto ciò che non deve essere: agenzia di servizi sociali, parcheggio per fannulloni, circolo dei perditempo.
I sentimenti, e con essi i valori, si apprendono in famiglia, nel contesto ambientale e umano in cui si nasce e si cresce. Più o meno raffinata che sia, è la famiglia il posto in cui vediamo la prima volta la luce, è lì che ci incontriamo con i problemi e le gioie della vita, è lì che dovremmo cominciare ad imparare cosa è bene e cosa è male, è lì che dovremmo imparare ad apprezzare il rispetto e l’incontro con l’altro.
Ma il problema è che ormai i genitori, in molti casi, hanno abdicato al loro ruolo: ormai sono ridotti a fare i parcheggiatori o i sindacalisti dei propri ragazzi, ma non più gli educatori. Spesso tutto viene delegato dalle famiglie alle varie istituzioni; e guai a chi osa rimproverare il rampollo.
Le suddette istituzioni devono carezzare, vezzeggiare e cullare il ragazzo: solo carota e niente bastone, solo gioco e niente serietà, solo gusto e niente sapere. Tanto a che serve imparare? La società si è rammollita.
La «fantasia al potere» (ancora il ’68, sì, è ricca la lista dei guai che ha combinato e continua a combinare la sua lunga onda ideologica) ha partorito un mondo rovesciato, senza né capo né coda. E in questo mondo capovolto possono nascere le iniziative più strampalate, come la scuola dei sentimenti.
Il ruolo della scuola è ben diverso da quello di palestra buonista. A scuola i ragazzi dovrebbero abbeverarsi al sapere scientifico e umanistico; dovrebbero apprendere dalla scienza lo stupore per il funzionamento del mondo, l’amore della conoscenza della splendida macchina che è l’universo; dovrebbero apprendere dall’arte e dalla letteratura il senso del bello, la passione per l’immensa creatività dell’uomo; dovrebbero apprendere dalla storia e dalla filosofia il fascino sorprendente dell’avventura umana sulla Terra.
Questa è l’educazione sentimentale che spetta alla scuola offrire ai giovani. Ma se le famiglie e il mondo in cui vivono non li preparano a ricevere questi doni preziosi, non li dispongono alla curiosità, non li aprono alle sollecitazioni della vita e alle provocazioni benefiche dell’esperienza, cosa può pretendere di fare la scuola, e in particolare una scuola che supinamente si adegua alla banalizzazione dell’esistenza?
Partorirà progetti inutili, si riempirà di belle e vane parole che la fanno apparire simpatica rendendola solo ridicola; e così sopravvivrà stancamente alla sua stessa utilità.





