Sull’abolizione del valore legale del titolo di studio

Da un po’ di tempo si torna a parlare dell’abolizione del valore legale del titolo di studio come via maestra per conferire qualità e rigore ad una scuola sempre più afflitta da dequalificazione e scadimento ad ogni livello. E’ una discussione ancora troppo accademica perché le forze politiche – tutte – non hanno ancora il coraggio di affrontare a viso aperto una battaglia culturale e politica che vede molti interessati difensori dello status quo trincerarsi dietro nobili petizioni di principio.

Petizioni  che sono riconducibili ad un’Italia che non c’è più, ma che sono utili a difendere prosaici grumi di interesse che strangolano la scuola, ridotta a serbatoio di consenso, a strumento di ammortizzazione di dinamiche occupazionali asfittiche  e ad enfatica articolazione di una inefficiente pubblica amministrazione: tutto salvo che a cellula educativa delle generazioni future.

Bene, toccate questo tasto con una qualsiasi persona, anche capace, misurata e intelligente ma che sia afflitta sul piano culturale dai miti ideologici del progressismo e del politically correct, e ve la farete nemica. A costoro vorrei sottoporre un piccolo testo del 1920 di Augusto Monti, professore di Italiano e Latino al Liceo D’Azeglio di Torino e ammiratissimo maestro di Cesare Pavese, Massimo Mila, Giulio Einaudi e di tutta una prestigiosa genia di studenti, nonché figura prestigiosa dell’antifascismo torinese.

In esso Monti coglie, secondo me, una delle radici dei problemi della scuola di massa e cioè la sua progressiva burocratizzazione e la sua riduzione a diplomificio. Una tendenza che nei decenni successivi a quello della stesura del testo sarebbe diventata devastante per la qualità dell’impresa educativa.

Tuttavia Monti – cresciuto alla scuola di quel liberalismo pragmatico che diffida del ruolo centrale  dello Stato (soprattutto se esso è lo Stato etico fascista) mentre confida e  affida all’autogoverno della società civile e dei corpi intermedi l’onere e l’onore dell’organizzazione della scuola – denuncia con passione e lungimiranza, non sottraendosi alla polemica nei confronti di quelli che di lì a poco sarebbero diventati alcuni “sancta sanctorum ” del progressismo ideologico e del conformismo culturale di sinistra.
Leggiamo:

Ma, togliete dalla scuola l’incubo della <<licenza>>, il culto della media, il feticismo del voto, il regime della mutua diffidenza fra scolaro e maestro, fate insomma che la scuola sia un luogo ove liberamente convengano scolari e maestri per mutuamente farsi del bene, e allora vedrete che da una scuola siffatta la peste del <<copiare>> sparirà da sè, come per incanto”

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