Io non lavoro, di Serena Bortone e Mariano Cirino
Io non lavoro, di Serena Bortone e Mariano Cirino, edito da Neri Pozza, è appena uscito e credo meriti la nostra attenzione. Vi è mai successo di lamentarvi del vostro lavoro e sentirvi rispondere pensa che noia se non lavorassi? A me spesso, e ogni volta ho risposto che non è vero, se non lavorassi e avessi una rendita avrei il mio bel da fare, solo che per piacere e non per dovere.
Ebbene, i due autori di Io non lavoro hanno affrontato la questione, che ad uno sguardo approfondito risulta spinosa. Che vita fanno coloro che non lavorano? Sono davvero invidiabili e felici oppure pagano lo scotto della noia, dell’insoddisfazione per non aver prodotto-creato-risolto qualcosa?
Il libro raccoglie una serie di storie vere in cui si raccontano persone che non lavorano per scelta: chi vive di rendita senza rinunciare a nulla, chi si accontenta del minimo indispensabile pur di non doversi alzare al mattino presto, chi si affaccenda tutto il giorno per evitare di lavorare.
Chi sono queste persone? Da quali famiglie provengono? E ancora, sono soddisfatti della loro totale libertà oppure sono solo abituati alla nullafacenza? E la società come li considera?
Probabilmente, se da un lato la vita di un non lavoratore per scelta può essere affascinante, dall’altro nasconde insidie offuscate dalla libertà di dover sottostare ad un capo, di dover sopportare colleghi poco amati, di essere sottopagati, sottostimati, sottovalutati, eccetera, eccetera, eccetera.
Prima di esprimere un giudizio, io mi riserverei il diritto di provare. Altrimenti come posso giudicare?







Posso solo dire che in trent'anni di lavoro la più grossa soddisfazione che ne ho ricavato sono state le dimissioni. Un sorriso e buon lavoro a tutti.
…e ho detto tutto! Grazie Nando, buon lavoro
anche a te…
Ho sempre pensato che avrei lavorato, inorridendo quando sentivo qualcuna (di solito donna) che sceglieva di fare la casalinga.
Poi mi sono scontrata con la vita reale, che è fatta di sfruttamento, di contratti sottopagati e precari, di lavori che in realtà sono truffe, di fregature in cui ti costa più la salsa che l’arrosto, di contratti con retribuzioni e orari oltre ogni umana decenza.
E onestamente non mi sento più di criticare le casalinghe o chi non lavora per scelta in generale: certo, non è una soluzione, bisognerebbe provare a cambiare le cose, ma come biasimare chi dice “Piuttosto me ne sto a casa”, anziché andare a farsi sfruttare per 12 ore al giorno per 700 euro, o aprendo una partita Iva che ti succhierà tutti i guadagni, o ancora a scocciare la gente al telefono pagati a provvigione.
Voglio lavorare, ma non a queste condizioni: e mio malgrado la mia vita somiglia molto a quella dei protagonisti di questo libro.
Elena, c’è poco da dire dopo aver letto il tuo commento. La bellezza del non lavorare sta nel poterlo scegliere, non nell’esserne costretti, è vero. Vorrei poterti contraddire affermando che la realtà è diversa, ma non posso, e ormai lo sappiamo bene. Permettimi però di spezzare una lancia in favore delle casalinghe, penalizzate dallo stereotipo ma in realtà donne coraggiose che (se per scelta libera e autonoma) decidono di dedicare le loro energie alla casa e alla famiglia (che non è un lavoro facile!), togliendo il mantello da wonder woman e concentrandosi su meno cose, ma fatte meglio. Del resto, le donne che lavorano perlopiù fanno anche le casalinghe, logorandosi tra un senso di colpa “materno” ed uno “professionale”. Ma è un discorso lungo…P.S. ti auguro di riuscire a realizzarti…con più di 700 euro al mese e meno di 12 ore al giorno
A me quello che spaventa di questa scelta è l’emarginazione sociale che inevitabilmente ne deriva. Mettiamo che una persona possa materialmente scegliere di non lavorare perchè può permetterselo: non sto parlando di pesare sulle spalle dei genitori causando disagi e privazioni, ma di chi può farlo senza causare nessun peso perchè magari hai una famiglia benestante, è figlio unico etc. Se questa persona, dopo aver provato vari lavori ed aver fallito in alcuni, e in altri constatato che quei lavori non gli permettevano di stare bene fisicamente e psicologicamente, che veniva sfruttato, che guadagnava soldi sì, ma soldi che poi non aveva neppure il tempo di godersi, decide di non affannarsi più e vivere seguendo le proprie passioni (che possono essere sport, cura di se’), magari anche concedendosi meno sfizi ma vivendo serenamente senza orari impossibili, rinunce, disagi fisici che prima il lavoro gli procurava… da un lato è sereno, ma dall’altro ha la spada di Damocle della società che lo giudica come un mantenuto, un figlio di papà, un buono a nulla viziato e mammone… quindi alla fine non so cosa sia peggio! Se vivere una vita che non ci appartiene e che non ci rende felici solo per essere socialmente accettati, o accettare l’emarginazione ma vivere essendo padroni del nostro tempo. Voi che ne pensate?