Le scuole d’estate diventano strane

“Le scuole d’estate diventano strane. Se ti capita di entrare in una scuola in una giornata di luglio per un documento dimenticato, fatichi a riconoscerla. Un’aria immobile e calda grava sui corridoi diritti e interminabili che allineano le porte delle aule. Non un filo di vento smuove i tendoni calati sul sole. L’aria, sembra, è quella dell’ultimo giorno di lezione, rimasta imprigionata quando il portone si è chiuso dietro al chiasso festoso dei ragazzi in vacanza.

Questa aria delle scuole deserte è densa e silenziosa. Non un passo che risuoni sulle scale. Solo, in un’aula, un moscone che ronza; sbatte cocciuto contro i vetri chiusi,  inesorabilmente anche lui prigioniero. Fuori dalla finestre, le foglie degli ippocastani sono già pesanti, color verde scuro.Sulla lavagna sono rimasti i saluti dell’ultimo giorno. Il cancellino è per terra.

Sull’appendiabiti in corridoio una giacca dimenticata pende inerte. I ragazzi sono partiti e hanno lasciato dietro il vuoto. I tabelloni dei voti sì, parlano in qualche modo di loro, nei lunghi elenchi di nomi e di voti allineati in colonna. Ma è solo un’anagrafe di inquilini andati altrove, lontano. Malinconica terra di nessuno, una scuola nell’afa dell’estate; come se la vita fosse rimasta sospesa in questa bolla calda e muta.

Ma – ti dici chiudendo i battenti del portone alle spalle, a proteggere l’enclave d’aria vuota – torneranno. Torneranno una mattina di settembre – l’odore dell’aria, fuori, sarà già cambiato – e sarà come una folata di vento: il clamore di centinaia di ragazzi che irrompono nelle aule disabitate, violano i corridoi silenziosi, occupano i banchi, e parlano, e ridono, e gridano.

Centinaia, di nuovo, che si scontrano con il greco e faticosamente ne balbettano le prime parole; e quando il professore interroga seguono le lancette dell’orologio sul muro, con gli sguardi disperatamente la spingono, ma quella, indifferente, si diverte a tirar tardi con beffarda lentezza. E fumare nei bagni di nascosto, e gli occhi di quella ragazza che per un momento ti ha guardato, e scendere le scale di corsa, alla fine dell’ultima ora, come puledri finalmente sciolti.

Torneranno, ti ripeti, oppressa da quel silenzio. E avranno negli zaini i libri intonsi, e i quaderni che sanno di carta nuova, e quelle gomme mezze rosse e blu che usavamo anche noi. E nei corridoi durante le lezioni si sentiranno ancora gli insegnanti gridare, come una volta: “Corradi! Cosa stavo dicendo?”

La lancetta dell’orologio sul muro di nuovo in quell’istante rallenterà, sfacciatamente, non volendo saperne di arrivare allo squillo liberatorio della fine. Torneranno i ragazzi e soffieranno via quest’aria che galleggia e quasi ti spaventa nel suo abbandono, come in certe stanze di vecchie case da gran tempo abbandonate. Arriveranno, un mattino, e saranno come una folata di vento – e metteranno in fuga questo vuoto.”

Marina Corradi ha vergato, giovedì 1 luglio, sulla rivista “TEMPI”, questo pezzo superbo, nella sua poesia semplice ed essenziale. Al di là dell’argomento, che pure mi sta parecchio a cuore come si può immaginare, il testo della Corradi è un omaggio delicato e struggente al potere rievocativo della memoria. A quella memoria catartica che sublima nel Bello le asprezze del presente, eternizzando i momenti fondamentali del nostro percorso esistenziale.

Detto ciò, vorrei suggerire a chi indugiasse ancora un poco in quelle aule orfane di studenti, sulle tracce dei ricordi e della poesia,  di tenersi lontano dagli Uffici di Segreteria e di Presidenza, perché proprio il mese di luglio è quel periodo nel quale nelle scuole le logiche più gelidamente burocratiche e più angustamente contabili imperversano, prosciugando le gocce di quella memoria scolastica a cui siamo così legati.

Infatti, potrebbe accadere, spalancando improvvisamente qualche porta, di sentir parlare di PON misura 2.1, di POF, di IFTS, di ECDL, e di altri acronimi insulsi con cui la scuola tenta furbescamente e ipocritamente di surrogare la propria impotenza a legare a sé i suoi studenti. Se poi si insistesse a girovagare intorno alle stanze nelle quali lavorano quanti sono posti sulla tolda di comando delle scuole, potrebbe accadere di sentire discussioni animate ma  ragionieristiche e molto poco ispirate a criteri didattici intorno ad organici ridotti, a classi affollate,  a precedenze motivate con la Legge 104, a docenti costretti a fare domande di sovrannumerarietà e a graduatorie permanenti da aggiornare.

Infine, a quell’ignaro e poetico avventore di Istituti scolastici, vorrei anche suggerire di evitare alcune aule, nelle quali potrebbe imbattersi in taluni  accalorati studenti, costretti, nonostante non ne abbiano voglia e motivazione, a sobbarcarsi un inutile corso di recupero, pensato, per lo più, male e gestito peggio o dai cosiddetti “esperti esterni”o semmai proprio da qualche collega che in classe, durante l’anno,  ha fatto e non ha fatto il proprio degnissimo lavoro.

Ecco, questi suggerimenti mi sentirei di dare al nostro visitatore di aule scolastiche.Per il resto, convengo con lui che il momento migliore delle scuole è quando l’aria calda e vuota del mese di luglio cederà la sua sovranità opprimente alle prime frescure settembrine, allietate dai clamori irridenti dei nostri ragazzi.

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