La caccia al tesoro, di Andrea Camilleri

Tra una pioggia maggiolina e uno sbalzo di temperatura degno solo della mitica Albione, Andrea Camilleri ha prodotto un altro libello, pubblicato fresco fresco qualche giorno fa dalla Sellerio.

La nuova chicca del Maestro si chiama La caccia al tesoro e, a pochi giorni dal debut, è già letto, straletto, commentato e opinionato.

Della storia scrivo proprio duerighedue perchè la Rete , di trame e controtrame dei minicapolavori  dello scrittore “eletto dal popolo”, se ne cade.

Salvo Montalbano, nell’immobile arsura di Vigata, risolve indovinelli di certe lettere anonime che riceve; riflette sull’origine e il ritrovamento di due bambole gonfiabili che si porta a casa- suscitando l’ilarità di Ingrid e di Adelina-  e si trova a risolvere il caso della morte seviziata di una giovane donna.

Navigando navigando, apprendo poi  che:

1. quest’ultimo libro è un po’ cruento ma la proverbiale  “picca”  di ironia non ne risente

2.  il Commissario sta smussando la scorza con grande beneficio della sua umanità

3. è in atto una seria riflessione sull’età che avanza per cui “ogni lassata è persa”

4. questa ventata di cambiamento si avverte già dall‘incipit che è un po’ diverso, pare, dal solito

Che altro posso dire se non che, come sempre, Camilleri e Montalbano sono stati promossi a pieni voti e che, forse un giorno, tanto l’uno quanto l’altro diventeranno patrimonio nazionale…?

Io ci spero.

Un Commento a “La caccia al tesoro, di Andrea Camilleri”

  • Towandaaa:

    Ormai sono affezionata a Salvo e agli altri personaggi che rendono Vigàta una cittadina così particolare, in cui mi ritrovo ogni volta con quel piacere rassicurante di stare tra persone che si conoscono. Ma ciò non significa che io sia disposta a dimostrare una maggiore indulgenza quando si tratta di esprimere la mia opinione su un nuovo episodio della serie.
    Mi sono divertita con i duetti tra Salvo da una parte e, alternativamente, Catarella, Mimì, il questore o Fazio dall’altra.
    Mi sono goduta, come al solito, la ricchezza della lingua siciliana e i piccoli quadretti dedicati ai personaggi minori.
    Ho apprezzato che la deriva malinconica sulla “vicchiaglia” sia stata contenuta, e che il commissario non si sia lasciato irretire dalla bellona di turno come è accaduto in altri episodi recenti, perché mi piacciono gli sviluppi della personalità di un personaggio seriale, ma a patto che non diventino predominanti o fuori luogo – per l’immagine che di quel personaggio mi sono fatta – rispetto alla trama. E in questo romanzo non è solo Salvo a dimostrare una maggiore vulnerabilità e debolezza di fronte alla crudeltà: troviamo anche un Pasquano inatteso, non più “congelato” nel distacco professionale che (credo) ogni medico legale sviluppi comprensibilmente per “sopravvivere”, ma profondamente scosso dalla circostanza in cui si trova ad operare.
    Ma……….c’è qualche ma.
    L’impressione che ormai ogni nuovo romanzo appaia già come una sceneggiatura pronta per la trasposizione televisiva inizia a diventare fastidiosa.
    E inutili e noiose risultano anche le autocitazioni riferite a precedenti episodi, così come il ribadire ad ogni prima “entrata in scena” di un personaggi già noto le caratteristiche precipue che gli affezionati lettori della serie già conoscono (Arquà, legato a Salvo da un sentimento di antipatia reciproca, Tommaseo sempre propenso a cercare il lato oscuro, passionale e morboso in ogni delitto, Fazio vittima del “complesso dell’anagrafe”, eccetera).
    Delle “sparate” di critica socio-politica avulse dal contesto della storia (in questo romanzo, tanto per citare qualche esempio: l’ipotesi che i ladri “comuni” si vergognino di fronte alle gravi ruberie messe in atto dai colossi dell’industria e dalle banche, la figura dei “bamboccioni” trentenni che non si staccano dalla famiglia di origine, la speculazione edilizia, l’eccesso di inglesismi nella lingua italiana) penso francamente che potrei farne a meno, e che la storia ne guadagnerebbe, perché se non sono in linea con la trama (come è successo invece in altri episodi, come ad esempio “Il ladro di merendine” in cui l’argomento dell’immigrazione clandestina era al centro del romanzo) assumono un sapore antipatico di uso del romanzo come pulpito da cui proclamare le proprie convinzioni, con una commistione tra il ruolo di scrittore e quello di opinionista che non giova al risultato letterario (e ci tengo a precisare che prescindo da qualsiasi considerazione sul merito di queste “sparate”: non mi piacciono perché le trovo fuori luogo, e non perché io le condivida in maggiore o minore misura). Per questa stessa ragione, al contrario, mi è piaciuto molto il passaggio in cui Salvo riflette sui criteri con cui vengono attribuiti i nomi alle vie: impegnato nelle ricerche toponomastiche per la caccia al tesoro, in un momento di calma piatta per la sua attività investigativa, ha dato (e in un contesto appropriato) un quadretto ironico e amaro della considerazione di cui godono le entità astratte e i personaggi più o meno illustri nel nostro paese.
    Pur con questi limiti, tuttavia, ho apprezzato la lettura fino circa due terzi, ritenendola addirittura migliore di altri romanzi recenti della serie.
    Lo sviluppo del finale invece mi ha lasciata proprio basita, e delusa: se è vero, come sono convinta, che la crudeltà e la follia non hanno confini né di luogo né di tempo né di entità, è anche vero, però che il macabro (e sbrigativo, diciamo la verità !) epilogo mi è sembrato più una “trovata ad effetto” che uno sviluppo originale della trama. Come se, dopo le morbose (e di dubbio gusto, secondo me) atmosfere di “Un sabato, con gli amici” Camilleri avesse voluto cimentarsi di nuovo con temi direi splatter, inusuali e stonati per lui. Quello che cerco in Camilleri, non è l’orrore, il torbido, il sordido, il truculento, né, come direbbe lui, la “miricanata” alla Hannibal Lecter.

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