Capre e… fichi secchi
Devo essere perentorio, questa volta. Al limite della brutalità. Me ne scuso preventivamente, anche se spero di poter adeguatamente illustrare e argomentare le ragioni di questi toni tranchant. Vengo al punto.
Certi colleghi sono capre; irrimediabilmente capre. E lo sono ancora di più quando la loro formazione e il mestiere che fanno dovrebbero indurli a ragionamenti più sensati e articolati.
L’altro giorno incontro per strada uno di questi campioni di cinismo e sostanziale strafottenza educativa. Mi saluta e come spesso accade fra persone che fanno lo stesso mestiere, la discussione scivola sulla scuola, i suoi problemi, le sue cancrene. Mai, come anche mi augurerei, nonostante i miei tentativi, sulle sue meraviglie.
Ad un certo punto, il mio interlocutore, che insegna Filosofia e Storia in un Liceo napoletano, mi fa con un tono vissuto e saccente, tipico di chi crede di saperla lunga:
“Ho capito, caro Gennaro, che lo studio del mondo classico e del pensiero antico non solo ai nostri ragazzi non interessa un fico secco ma forse non serve proprio a nulla,. Non è utile né alla loro formazione umana né alla loro collocazione professionale. E’ amaro dire queste cose. Ma è così.”
Ho obiettato in modo aspro e secco che io non la vedevo a quel modo rozzo e che quelle parole tradivano una disaffezione così spiccata per i contenuti delle sue discipline e della loro valenza formativa che forse i risultati scolastici dei suoi ragazzi andavano posti in relazione ad essa.
L’ho sbrigativamente liquidato e lasciato al suo insopportabile disinteresse umano millantato per sapienza del mondo.
Qualche giorno dopo, nell’ambito di un piccolo corso di recupero, che ho tenuto ad alcuni miei studenti di terza, ho letto loro e commentato questo brano del Gorgia di Platone, in cui costui parla dell’uomo giusto e della sua difficoltà a rendere testimonianza alla verità, paragonandolo ad un medico che, accusato da un fabbricante di dolciumi, fosse tradotto davanti ad un tribunale composto da bambini.
“Ragazzi – sostiene l’accusatore – quanto male costui ha fatto a voi; anche i più piccoli egli corrompe con il ferro e con il fuoco, li angoscia facendoli dimagrire e soffocandoli, li obbliga a prendere amarissime bevande, fa patire loro la fame e la sete; né certo vi tratta come facevo io, che per voi preparavo svariati e saporiti primi piatti”.
Nell’ambito dello stesso dialogo, più avanti, l’oratore Polo presenta Archelao, re di Macedonia, come il prototipo del cinico che si riscatta dalla sua condizione di schiavo, raggiungendo successo, fama e potere, attraverso il sangue altrui.
Ma a Polo, Socrate obietta che costui è il più disgraziato tra gli uomini perché è un criminale sfacciato e impunito:
“Tutti costoro, ottimo amico mio, per il risultato che ottengono, somigliano a chi, avendo contratto le più gravi malattie, sia riuscito a sottrarre al giudizio dei medici i suoi malanni fisici, e non si sia fatto curare, temendo, come un bambino, di doversi far cauterizzare o tagliare, perché è doloroso.”
Ecco, vorrei dire alla capra di cui sopra, che non occorre essere un pozzo di scienza per estrarre dalla lettura di questo testo alcuni ammaestramenti profondi proprio su quella “attualità” rispetto alla quale egli riteneva sprezzantemente inservibili i classici.
Che non occorre essere Socrate per ricavare dalla meditazione di quel brano alcune valutazioni critiche sul pericolo della demagogia nel governo delle istituzioni, anche di quelle educative; sulle devastazioni del buonismo pedagogico che, con la pretesa di educare alla spontaneità i ragazzi, li consegna ad un destino di nevrosi e di disorientamento; sull’idea, umanamente sciagurata, che il successo nella vita si costruisca sull’offesa all’altro e sulla rimozione delle proprie miserie.
Insomma, non occorre essere geni. Forse però è necessario essere culturalmente umili e interessati alla crescita spirituale dei nostri ragazzi.
De rerum ovinorum…riflessioni di quasi metà maggio






che dire se non: parole santissime!