L’esordio di Ju Amoruso: Mi chiamo Scrivo. La recensione

Chi non ha assaporato, nemmeno per una volta, il sortilegio terapeutico che è in grado di regalare la scrittura; chi non è stato graziato dalla natura, dal caso o dalle circostanze e non ha potuto godere degli effetti di comprensione ed auto comprensione che lo scrivere produce, non credo riuscirà a intendere fino in fondo l’esito sublimante che  Ju Amoruso, nel suo libro Mi chiamo Scrivo (benvenuti nella mia testa),Elliot Edizioni, è stata in grado di dare al grumo doloroso di significati e di sofferenze che si annidano in un testo esplicitamente visionario e dichiaratamente allucinato.

Diciamolo subito. La giovanissima autrice, appena diciannovenne, ha scritto un libro “tosto”, spigoloso, surreale ma non intellettualistico. Infatti, il tono favolistico e il tratto ironico non riescono a nascondere che la cifra intorno alla quale si muove il libro è costituita dal tema del dolore e degli effetti, appunto, allucinati e disorientanti che questo spesso è in grado di produrre sulle esistenze.

Naturalmente, la grazia e l’aura vagamente bulgakoviana che Ju Amoruso ha trasferito alla scrittura, la sua capacità immaginifica di dare forma lieve all’angoscia del vivere hanno fatto sì che il romanzo guadagnasse, pur nella difficile costruzione, un equilibrio riuscito, evitando gli estremi della sirena saggistica e della mitopoiesi disancorata dalla vita.

In questi casi, il lettore è portato a pensare che rivesta una saggezza profonda quella massima che dice che per essere lievi bisogna aver molto sofferto.

Il libro racconta la storia di Scrivo (nome emblematico con cui Ju ha voluto caratterizzare la propria beatifica bulimia da scrittura) che si risveglia in un letto d’ospedale da un coma a seguito di un incidente e si ritrova in uno scantinato ad ascoltare i racconti di dodici “scagnozzi” che, nel linguaggio dell’autrice, sono i pazienti di una improbabile seduta psichiatrica di gruppo.

I personaggi, che si avvicendano con ritmo incalzante a raccontare a Scrivo le loro vicende di sofferenza ma che esprimono anche i tentativi messi in opera per riscattarsi da esse, non sono altro che le proiezioni allucinate con cui Scrivo dà forma ai propri spettri, nella convinzione che solo guardando in faccia il dolore si possa elaborarlo e vincerlo.

Lo ripeto, un libro “tosto”, con una tematica difficile, segnata anche dalla sensibile capacità di lambire, con tocco leggiadro, questioni metafisiche; tuttavia un libro mai disperato né cinicamente marchiato dalle ruvide incongruenze della vita.

Anzi, le ultime pagine sono una vera e propria elegia della vita ritrovata e del superamento di quei tornanti dell’esistenza che, esponendoci allo scacco, spesso ci inducono a crescere.

Un ottimo esordio, Ju.Che il futuro ti riservi occhi per vedere e cuore per sperare.

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