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I classici, una lezione di modernità

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31 marzo 2007

Vorrei dire a coloro i quali pontificano saccentemente e, naturaliter, ignorantemente intorno alla necessità che la scuola aggiorni i suoi contenuti, li semplifichi sempre più, si “modernizzi”, aderendo, così, nella maniera più piatta e acritica – per quello che io ne posso capire – ad uno spirito del tempo mercantilista e impudentemente utilitarista; vorrei dire a tutti costoro che il sottoscritto, invece, non farebbe altro, nella scuola, che far leggere e meditare ai ragazzi le pagine dei classici, antichi e – questi sì – moderni, perché c’è più cultura, sapienza del mondo, spirito critico sapido e non vuoto, in una pagina di un autore classico che in intere biblioteche di pedagogisti, ammaliati di tecnicismi insulsi ma con pretese formative, afflitti da provincialismo linguistico e segnati da una smodata attitudine a trasferire sul terreno educativo i principi del più piatto scientismo positivista.

Ecco, a tutti costoro e anche a chi, in nome di un demagogico buonismo egualitario, ha fatto collassare il principio d’autorità su cui, inevitabilmente, come una testata d’angolo, si regge la dinamica educativa, farei leggere, per esempio, questo passo di Platone, tratto dall’VIII Libro de La Repubblica:

… In un tale ambiente il maestro ha paura degli studenti e se li tiene buoni. Da parte loro gli scolari non tengono in nessun conto i maestri, e così pure i pedagoghi. Insomma, i giovani si danno le arie da uomini maturi e han sempre da ridire a parole e a fatti. Gli uomini maturi, invece, vogliono portarsi al livello dei giovani e così fanno sfoggio di atteggiamenti spigliati e scherzosi per imitarli e per non passare per scorbutici e autoritari.”

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Anche oggi ho tenuto fede a questa mia ostinata volontà di avvicinare gli studenti alle pagine dei classici, nella ferma convinzione che lì c’è il nutrimento essenziale e fondamentale per coltivare un’intelligenza piena delle cose e perfino una conoscenza non piatta e banale del tempo presente.

Pertanto, in una delle quarte dove insegno mi son portato appresso stamane “L’arte di ascoltare” di Plutarco, con l’esplicita intenzione di far assaporare ai giovanotti e alle giovanotte qualche chicca del versatile poligrafo greco del primo secolo dopo Cristo.

Ma per chiarire per quale ragione avessi scelto di insaporire i loro palati con Plutarco devo precisare un antefatto.

Una certa pedagogia “democratica”, adesso molto in voga che riduce l’insegnante al ruolo improbabile del “facilitatore” (e che secondo me ha prodotto molto più disastri che stimoli positivi, alimentando la perniciosa persuasione che l’educare sia essenzialmente “autoeducare”, “imparare ad imparare” e che il protagonismo degli studenti, in qualsiasi salsa questo sia declinato, debba comunque essere valorizzato, anche quando esso è platealmente esercizio istrionico privo di disciplina mentale e di rigore di studi e ostentazione di una volontà di potenza senza sostanza culturale) vuole che i ragazzi debbano sempre e comunque intervenire, durante le lezioni e le spiegazioni;

anche quando questi interventi, piuttosto che essere figli della sedimentazione delle conoscenze e dei saperi, sono il risultato di evanescenti percezioni e di umbratili ed estemporanei moti dell’animo su cui la riflessione faticosa della mente non ha impresso il suo prezioso sigillo.

Tale tendenza è presente anche negli atteggiamenti di questa classe, peraltro composta da ingegni fertili ancorchè allergici alla dura “fatica del concetto”.  Pertanto, arrivato in aula, li ho guardati diritti negli occhi senza dire nulla; poi ho aperto il testo di Plutarco e ho letto loro questo brano:

“E’ evidente che un giovane che fosse tenuto lontano da qualunque occasione di ascolto e che non assaporasse nessuna parola, non solo rimarrebbe completamente sterile…ma rischierebbe di essere traviato dal vizio, facendo proliferare molte piante selvatiche dalla sua anima, quasi fosse un terreno non smosso e incolto…I più, invece, a quanto ci è dato vedere, sbagliano perché si esercitano nell’arte del dire prima di essersi impratichiti in quella di ascoltare, e pensano che per pronunciare un discorso non ci sia bisogno di studio e di esercizio, ma che dall’ascolto, invece, possa trarre profitto anche chi vi si accosta in modo improvvisato. Se è vero che chi gioca a palla impara contemporaneamente a lanciarla e a riceverla, nell’uso della parola, invece, il saperla accogliere bene precede il pronunciarla, allo stesso modo in cui concepimento e gravidanza vengono prima del parto”.
Finito di leggere, ho visto che i ragazzi si sono guardati l’uno nell’altro negli occhi e hanno sorriso. Quel sorriso aveva i colori dell’arguzia. Quello che dovevano capire mi sembra che l’abbiano capito.

Riflessioni primaverili …sotto la neve

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