Scuola civica o scuola libera?

Circa un mese fa il prof. Ernesto Galli della Loggia ha scritto un illuminante articolo su Il Corriere della Sera a proposito di una delle tante (troppe?) innovazioni didattiche da introdurre nella scuola.

La questione è questa. Dall’anno prossimo si insegnerà, dalle elementari alle superiori, una nuova disciplina chiamata “Cittadinanza e Costituzione”. Una versione, per chi fosse a digiuno di queste cose, rafforzata e autonomizzata della nostra – dei tempi in cui gli odierni quarantenni/cinquantenni erano studenti - Educazione civica.

Bene,  i rilievi mossi dal prof. Galli della Loggia all’introduzione di questa disciplina mi sembrano condivisibili e sacrosanti. I motivi sono presto detti.

Innanzitutto, la sua introduzione come disciplina autonoma è parte costitutiva di quello slittamento anzi di quella vera e propria deriva culturale della scuola italiana, la quale, disancorando sempre più l’istruire dall’educare, non solo mortifica il valore enormemente formativo dei saperi, ma costruisce una prospettiva pedagogica in cui l’educare si caratterizza per essere un ammaestramento prescrittivo, ancorché asettico e buonista, desertificato di ogni sedimento veramente culturale e affidato ad un moralismo tronfio e caramelloso che fa dello Stato l’unico ed esclusivo dispensatore del Bene e del Giusto.

Il tutto condito con quel gergo pedagogistico e con un linguaggio algido, burocratico e iperfunzionalistico, che non si smette di ammannire nonostante l’evidente inconsistenza dei suoi prodotti.

Insomma, il primo pericolo derivante da questa bella trovata è dato da un lato dall’impoverimento del valore formativo e pedagogico dei saperi e dall’altro dalla costruzione di un modello educativo prescrittivo e moralistico che riduce la libertà del discente di orientarsi tra le proposte educative. In questo modo, lo studente, nel tentativo di aderire ad un modello educativo prescritto, non acquisirà capacità critica sul mondo e sull’uomo.

Inoltre, e non è un pericolo da poco, affidando allo Stato il ruolo del dispensatore della Virtù del buon cittadino, ci si avvia lungo l’asse della costruzione di una pedagogia di Stato, tipica delle esperienze illiberali dell’Occidente novecentesco.

Detto ciò, il secondo aspetto inquietante di questa nuova disciplina è che essa sottrae alla questione della nostra Costituzione, come autorevolmente è stato detto, la dimensione specificamente storico-politica connessa ad ogni discorso sulle Leggi fondamentali degli Stati proiettando la Carta Costituzionale in un Empireo di valori assoluti.

“Cittadinanza e Costituzione” impedisce di considerare ciò che è vivo della Costituzione e ciò che è morto e bisognevole di riforme. Insomma, la Carta costituzionale concepita come un catechismo puro e semplice. Alla faccia delle polemiche laicistiche di questi giorni sul Crocifisso.

Questo discorso intorno all’adozione di tale nuova disciplina spiega anche come ai piani alti di viale Trastevere, nonostante diverse buone iniziative varate nell’ultimo anno e mezzo, permanga una certa confusione culturale sulla strada da battere per rinnovare la scuola italiana.

Un eclettismo ancora troppo poco composto. E’ come se si scontrassero, anche per effetto della vischiosità della burocrazia ministeriale, due filosofie dell’educare: una – che si è espressa nei provvedimenti sul maestro unico, nello stesso impianto meritoriamente semplificatorio della riforma delle superiori, in quelli relativi ad un nuovo rigore da conferire all’insegnamento, al profitto, in quelli volti a valorizzare il merito, etc – tesa a invertire la rotta perseguita negli ultimi vent’anni e che ha prodotto la riduzione della scuola a generica agenzia di socializzazione pervertendone la funzione formativa e culturale.

Una filosofia che ha favorito la proliferazione di linguaggi e di prospettive pedagogistiche tronfie ma vacue nonchè una destrutturazione complessiva dell’enorme lascito della nostra Tradizione spirituale, immiserendola e rendendola una variabile poco significativa delle esigenze culturali del Tempo Nuovo.

L’altra, che, pur all’interno di un nuovo clima culturale, tende a difendere, in modo affannoso e irritato, le casematte di un’idea funzionalistica e meramente tecnica della Formazione, puntellando l’abisso di senso in cui la cultura piomberebbe in questa prospettiva con un’iniezione di moralismo buonistico, affidato al ruolo dello Stato, dispensatore di Virtù e Bene.

Quest’altra filosofia si esprimerebbe, a parere di chi scrive, nel disegno di legge Aprea sulla nuova “governance” delle scuole, sull’enfasi esterofila e provincialotta a proposito del delicatissimo tema della valutazione, declinato secondo dubbie filosofie meramente scientiste, e sulla perdurante malattia del “progettismo” inconcludente, ancora troppo presente nelle scuole.

Quale di questi due approcci alla scuola la spunterà? E’ difficile prevederlo perché i guasti, in questi trent’anni di dilapidazione culturale del nostro patrimonio educativo, sono stati massicci e le scorie si sono accumulate in modo trasversale ai raggruppamenti politici e alle culture che hanno ispirato le politiche scolastiche.

Riflessioni

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