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Obama docet

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sbadiglioSeconda ora in quinta scientifico. La lezione verteva sul Romanticismo […] Già quando ho cominciato a parlare, ho notato un uditorio distratto e sciatto. Il clima, mi sono accorto, era scialbo.

Le facce assonnate, gli occhi pigri, le espressioni spente. Non c’era quella tensione dell’attenzione che è condizione necessaria per portare in porto una lezione con un minimo di dignità. Più d’uno dei miei improbabili “studiosi” si stiracchiava; qualche altro a stento tratteneva qualche sbadiglio.

Più notavo queste cose, nel mentre parlavo, e più il tono della mia voce si alzava di qualche decibel, nel tentativo vano di ridestarli ad un ascolto un po’ più vigile.

Ad un certo punto, all’ennesima vista di uno sbadiglio nemmeno troppo celato, sono sbottato vivacemente come mi capita quando mi accorgo che l’attenzione dei ragazzi è ridotta al lumicino o quando verifico che la loro concentrazione è evidentemente latitante.

Certo, ho detto loro, forse la lezione non è particolarmente suggestiva come quelle appena lasciate sul Novecento e sui Totalitarismi; ma è bene che si mettano in testa, ho ribadito con vigore, che non tutti gli argomenti possono avere lo stesso fascino, anche se, a stare un po’ più attenti, la divinizzazione della Storia che si annuncia nell’età romantica è il preludio necessario alle future derive idolatriche del Novecento.

E poi, ho detto con la consueta enfasi tromboneggiante che mi scappa spesso in queste circostanze, “dove sta scritto che tutto quello che si studia deve essere necessariamente brioso e scintillante?” “Acconciatevi all’idea” – ho ribadito ai miei sfaccendati – “che nello studio come nella vita è bene talvolta fare i conti anche con la noia. Attraversatela, caricatevela sul groppone, metabolizzatela e andate avanti, Cristo Santo!”

Dopo la mia sfuriata, più d’uno ha cominciato a dire: “Ma no, professore, non è così. Non è che non ci interessa il Romanticismo, non lo vede che stiamo prendendo appunti?” Un altro di contralto ha ribadito il suo interesse e mi ha invitato a calmarmi, perché stavo diventando troppo rosso e loro, si sa, hanno a cuore la mia salute, bontà loro.

Finalmente un terzo, mi ha svelato l’arcano e mi ha detto che aveva fatto tardi e che i morsi del sonno si facevano ancora sentire. Capite? Avevano sonno perché avevano, i più, tirato tardi. Molto tardi! Ora, io mi domando e domando a loro.

E’ mai possibile interpretare la scuola in questa modalità così scriteriata e non ritenere che essa necessiti anche del doveroso dosaggio delle energie fisiche e mentali?

Martedì 11 dicembre 2007, da “Almanacco di un professore”

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Memore di quobamaeste atmosfere che spesso caratterizzano la vita delle classi e che denotano la costitutiva difficoltà dei ragazzi a prendere congedo da uno “spirito del tempo” che ha rimosso completamente la necessità della fatica e dello sforzo continuo come condizioni fondamentali per la riuscita nello studio come nella vita, quest’anno m’è venuta l’idea di battere i miei “gaglioffi” sul tempo.

Il primo giorno dell’anno scolastico mi sono presentato nelle classi e ho letto ai miei nuovi studenti il discorso che il Presidente degli USA, Barack Obama, ha fatto in un liceo di New York a metà settembre. Il discorso è una vera e propria lezione sulla responsabilità, la necessità della fatica e il merito.

Tra le altre cose, Obama dice:
“Nessuno è nato capace di fare le cose, si impara sgobbando. Non sei mai un grande atleta la prima volta che tenti un nuovo sport. Non azzecchi mai ogni nota la prima volta che canti una canzone. Occorre fare esercizio. Con la scuola è lo stesso. Può capitare di dover fare e rifare un esercizio di matematica prima di risolverlo o di dover leggere e rileggere qualcosa prima di capirlo, o dover scrivere e riscrivere qualcosa prima che vada bene.

La storia dell’America non è stata fatta da gente che ha lasciato perdere quando il gioco si faceva duro ma da chi è andato avanti, ci ha provato di nuovo e con più impegno e ha amato troppo il proprio Paese per fare qualcosa di meno che il proprio meglio.

Non vi piacerà tutto quello che studiate. Non farete amicizia con tutti i professori. Non tutti i compiti vi sembreranno così fondamentali. E non avrete necessariamente successo al primo tentativo. È giusto così.

Alcune tra le persone di maggior successo nel mondo hanno collezionato i più enormi fallimenti. Il primo Harry Potter di JK Rowling è stato rifiutato dodici volte prima di essere finalmente pubblicato. Michael Jordan fu espulso dalla squadra di basket alle superiori e perse centinaia di incontri e mancò migliaia di canestri durante la sua carriera. Ma una volta disse: «Ho fallito più e più volte nella mia vita. Ecco perché ce l’ho fatta”

L’effetto è stato positivo. Ho visto occhi parlanti e facce incalzate dall’immediatezza e dalla sincerità dell’argomentazione del Presidente degli Stati Uniti.

Perché nessun politico italiano, dalle alte cariche dello Stato ai leader  di destra, centro e sinistra, sente la necessità di rivolgersi a questo modo agli studenti italiani?

Riflessioni invernali verso la fine di dicembre 2009

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