Amore…Platonico
Ieri ho fatto una bella esperienza. Sono andato in una terza a fare una supplenza. Avevo fra le mani il Simposio di Platone, che sto usando nelle mie classi per dissodare il terreno su cui impiantare il discorso che sto svolgendo sulla filosofia presocratica. Non avevo voglia di intrattenerli con i soliti discorsetti edificanti […] non avevo voglia di fare i soliti “pistolotti” moraleggianti, a cui pure spesso cedo con vis retorica non so mai quanto efficace.
Pertanto, ho aperto il Simposio nel punto in cui Platone fa parlare Socrate, mettendogli in bocca il famoso racconto di Diotima su Eros, su Penìa e Poros. Ho letto quel brano facendo appello a tutti i mezzi, a mia conoscenza, della actio. L’ho letto con partecipazione e, credo, intensità. Man mano che leggevo, sentivo crescere attorno a me la curiosità incontenibile dei ragazzi per quel racconto avvincente e straordinario.
Gli occhi dei ragazzi, nel mentre procedevo, si sono riempiti di stupore, di sincera meraviglia. In quegli sguardi intelligenti si leggeva un po’ di tutto, soprattutto la scoperta che un signore greco, vissuto molti secoli fa, diceva dell’amore cose che ognuno di essi, sebbene confusamente, comincia a pensare in quella fase tumultuosa e difficile della vita che è l’adolescenza.
Avevo distribuito a tutti il testo del Simposio che leggevo, ma mi sono accorto che la maggior parte dei ragazzi preferiva ascoltare me piuttosto che leggere. In un primo momento non ho trovato la cosa opportuna; poi ho pensato che a volte, come accade ai bambini quando ascoltano le favole, è più incisivo l’ascolto che la lettura di un brano famoso. Infatti, un po’ sentivano me e un po’ buttavano l’occhio sulla pagina scritta.
Spesso, tornavo su certi brani, li rileggevo, commentavo, per far cogliere loro tutte le sfumature del discorso platonico. Il silenzio della classe era di quelli carichi di concentrazione ed emotività. I ragazzi stavano scoprendo un autore e attraverso un autore stavano sollevando un velo su un argomento che loro sentono molto importante, anzi vitale. E non solo loro. Io, tanto per rimanere in odore di narcisismo, mi emoziono ogni qualvolta leggo di Penìa e del pudore con cui Platone racconta del suo congiungimento carnale con l’avvinazzato Poros. L’ora è volata via in un baleno. Penso che quel momento rimarrà impresso nella memoria di quegli studenti, non certo per merito mio ma per la magia che Platone sa creare.
Da “Almanacco di un professore”, Martedì, 6 novembre 2007
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Ecco, proprio al Simposio di Platone ma anche al Cantico dei Cantici pensavo stamane prima di entrare in classe, dopo che una mia collega, di quelle sempre tutte esaltate delle più strampalate novità didattiche, mi ha fermato lungo il corridoio e scaricandomi addosso la solita gragnuola di tecnicismi pedagogistici senz’anima mi ha sibilato convinta la sentenza secondo la quale “noi insegnanti dovremmo convincerci una buona volta ad insegnare a questi nostri ragazzi un po’ di ‘educazione all’affettività“. Ha detto proprio così, dando alle parole un tono auratico e profetizzante: ‘educazione all’affettività’.
L’ho guardata un po’ stranito, ho borbottato qualcosa sul perplesso ed il diffidente e poi, con la scusa che la classe mi aspettava, l’ho mollata lì e me ne sono andato. Poi, ci ho pensato tutta la mattinata e mi sono convinto che quest’altra iniziativa, partorita ai piani alti delle burocrazie ministeriali, è proprio una cialtronata. Per due ragioni.
La prima è che la proliferazione di tutte queste cosiddette “educazioni”, dall’incerto statuto epistemologico e dall’altrettanto vago e fumoso oggetto, tradisce implicitamente una grande sfiducia nel potenziale educativo e formativo dei contenuti e dei saperi che gli insegnanti dovrebbero padroneggiare e passare. Una pagina del Simposio, infatti, o un brano del Cantico dei Cantici, letto bene e commentato con lucidità, passione e partecipazione, farebbe capire ai ragazzi molte più cose dell’affettività e dell’amore che le stitiche astruserie che presunti esperti dovrebbero ammannire agli studenti.
La seconda è che educare all’affettività dovrebbe essere in primo luogo compito delle famiglie, delle relazioni che i ragazzi costruiscono tra pari e che presumere, invece, che la scuola e lo Stato avochi a sé questo compito costituisce una vera e propria requisizione di funzioni educative tradizionalmente affidate a famiglie e alle varie articolazioni associative della società civile.
E poi, quali dovrebbero essere i criteri dell’affettività, i principi ai quali ispirare questo insegnamento, chi li stabilisce, chi li verifica? Tutto è avvolto in una nebulosa indistinta, in una melassa dolciastra nella quale è chiaro solo che lo Stato, che dovrebbe giovarsi della collaborazione educativa delle famiglie, svolgerebbe un ruolo improprio e di supplenza, sancendo indirettamente, semmai ce ne fosse ancora bisogno, la totale deresponsabilizzazione dell’istituto familiare.
Infine, lo Stato che educa alla affettività ai miei occhi somiglia troppo a quelle spaventose esperienze educative dei Totalitarismi del Novecento che presumevano di rifondare ad imis la natura umana, ponendo le premesse per la creazione di quell’Uomo Nuovo che tanti disastri ha poi compiuto.
Riflessioni, inverno 2009







geniale e più che umano insieme! direi alienooo!