L'isola sotto il mare, la recensione
Se non avessimo saputo che l’autrice de L’isola sotto il mare è Isabel Allende, probabilmente, a metà libro, lo avremmo capito.
Che questa considerazione non venga equivocata con un tentativo di denigrare l’autrice cilena, che non venga da pensare che stiamo dicendo che i suoi libri sono tutti uguali perché no, non è affatto così. E per chiarire ogni dubbio, approfondiamo.
Ognuno dei libri della Allende che abbiamo letto ci ha lasciato qualcosa nel cuore e nella mente, qualcosa di malinconico e dolce, qualcosa che somiglia ad una lacrima, che però non scivola via. E’ questo che la rende riconoscibile.
La storia di Zaritè Sedella detta Tetè, schiava nella odierna Haiti di fine ‘700, è solo un’ulteriore conferma della capacità dell’autrice di immergersi nelle storie che racconta e di trascinare con lei il lettore.
E’ difficile pensare ai personaggi come frutto della fantasia di qualcuno, così come è difficile capire dove finisce la realtà e dove comincia la finzione: nessuno di loro è il buono o il cattivo, nessuno di loro è una figura stereotipata, no, i personaggi della Allende sono solo persone, descritte con la naturalezza di chi racconta ciò che conosce a fondo. E’ come se lei fosse lì, e da lì raccontasse degli schiavi che si ribellano, dei bianchi che fuggono dalla ribellione, dei mulatti che lottano per i propri diritti, della gradazione del colore della pelle che stabilisce lo stato sociale ed il destino delle persone. Da lì la Allende racconta dei campi di canna da zucchero, di Napoleone, degli americani, della Louisiana e della New Orleans costruita dai creoli, dei balli vudù e della santità di un prete.
Quella di Zaritè è storia che non annoia, è trama che si scioglie come burro sul pane caldo. E’ un ballo la cui musica entra nel sangue e non si può fare altro che ballare: Balla, balla, Zaritè, perché lo schiavo che balla è libero…finché balla. Ballare con Zaritè, detta Tetè.







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