Occhi di ragazzi
” [...]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono, nemmeno l’ordito minimo della realtà. Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esista. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio “.
(Pier Paolo Pasolini)
Ecco, a volte gli occhi dei miei ragazzi, a scuola, non riescono a vedere, non riescono ad aprirsi alla luce. Sono occhi spenti, privi del bagliore della meraviglia. Sono occhi privati della gioia della bellezza e dell’Infinito.
Sono occhi gonfi di noia, tumefatti dallo squallore di esistenze opulente e vuote, privi di qualsiasi aspettativa, indifferenti, abulici. Sono questi anche gli occhi di mio nipote Dario ogni qualvolta viene giù da me per chiedermi qualche chiarimento su questo o quell’argomento filosofico, storico o letterario. Lo fa senza investire un briciolo del suo Sé in questa occupazione per lui priva di senso e svolta con spirito impiegatizio. Mi procura un dolore sordo verificare che, nonostante i miei sforzi, i suoi occhi, di fronte alla mia passione, alla mia ostinatezza ad accenderli, rimangano bui.
E’ lo stesso dolore che, spesso, provo nelle classi, quando verifico che la seduzione del conoscere non è più la seduzione che attrae i nostri allievi, i nostri figli, nichilisticamente piombati in stati emotivi e intellettuali che definire catatonici è poco.
Pasolini non mi piace sempre e non mi piace l’uso che della sua persona e del suo pensiero se ne fa. Ma in quel brano coglie una caratteristica del nostro tempo e delle generazioni che si affacciano alla vita, senza alcuna vera curiosità e senza quello stupore che fa della vita un’avventura bellissima.
Mah, vorrei tanto pensare che queste riflessioni siano solo dettate dal mio umore malinconico e cupo. Ma forse non è così.
Da “Almanacco di un professore”, Martedì, 23 ottobre 2008
———————————————————————————————————————————-
Altre volte, invece, fortunatamente quegli occhi hanno un’intensità particolare e una capacità di interrogare l’interlocutore con profondità e radicalità. E’ quanto è successo stamane in IV Linguistico.
Stavo spiegando S. Agostino; in particolare la questione del Male nella prospettiva del Vescovo di Ippona. Ho illustrato ai ragazzi che per Agostino il Male non è un “fatto” ma un “atto”, nel senso che il Male per Agostino non ha una consistenza ontologica, metafisica, non è una realtà perché, invece, tutte le realtà, in quanto provengono dalla Bontà onnipotente di Dio che è Bene, non possono essere altro che Bene.
Il Male, pertanto, per Agostino è un “atto”, cioè il prodotto di quelle scelte degli uomini che, rompendo la legge naturale che Dio ha inscritto in ogni cosa, privilegiano la fruizione di beni inferiori a quella di beni superiori .
Il Male, quindi, ho detto con enfasi ai ragazzi, è peccato, perché il peccato coincide con quell’atto di superbia che ci porta ad anteporre i desideri della creatura alla legge misericordiosa del Creatore.
I ragazzi mi hanno ascoltato con interesse perorare la causa dell’ottimismo teologico agostiniano ma quando ho detto loro che questo ottimismo non è stato sempre accettato e che perfino nell’orizzonte del Cristianesimo, c’è stato chi si è opposto a questa idea che la salvezza del genere umano debba essere concimata col dolore irredento degli innocenti, ho visto una luce particolare far capolino in quegli occhi.
Ho capito che dovevo insistere su questo punto e allora non ho potuto fare altro che leggere loro quel brano de “I fratelli Karamazov”, che mi ero portato dietro, in cui Ivan discute con Alëša intorno all’insostenibilità etica dell’apoteosi del Bene che la teologia cristiana, o una parte di essa, va predicando. Il passo di Dostoevskij li ha letteralmente stregati e forse molti di loro hanno trovato in quelle parole un avallo e una legittimazione straordinariamente nobile del loro tendenziale e naturale agnosticismo.
Hanno quindi animato una fervida discussione fra di loro e quando la campanella è suonata li ho visti allontanarsi nel corridoio, con gli occhi pieni di domande, parlando ancora di Agostino, Ivan e Alëša. .






