Intervista a Fabio Lubrano
Eccolo qui Fabio Lubrano, che si racconta e ci racconta Malinverno.
Quando gli abbiamo proposto questa mini intervista ha accettato con lo stesso entusiasmo che abbiamo intravisto nel libro, ed in poche ed efficaci risposte ci ha confermato che si, è uno scrittore (schizofrenia compresa), che si, assomiglia al suo protagonista e si, ci piace ancora più di prima.
Detto questo, aspettiamo il prossimo libro, con la speranza che non ci metta altri 15 anni per farlo pubblicare.
L’intervista è breve, intensa e sincera. Leggetela, e diteci se non abbiamo ragione!
Fabio, il tuo lavoro è “analista informatico”, ma secondo noi sei uno scrittore. Esiste un legame tra logica e creatività o hai un lato schizofrenico che ti permette di essere l’uno o l’altro?
Penso che logica e creatività siano molto più complementari di quanto sembri a prima vista, che siano due facce della stessa medaglia. Nel mio lavoro di analista informatico metto molta creatività e in quella di scrittore, nella definizione della struttura e degli sviluppi, molta logica. Premesso questo sì, sono schizofrenico. La mia personalità creativa infatti vi ringrazia, quella logica è mortalmente offesa.
Una domanda d’obbligo: quanto c’è di Fabio Lubrano in Gianni Malinverno e viceversa?
Gianni Malinverno parla con le piante e le piante gli rispondono. Io parlo con le piante ma le piante non mi rispondono, perlomeno non sempre. In realtà c’è molto di me in Gianni Malinverno, deformato da un filtro surreale, come gli orologi di Dalì, ma sono io a vent’anni. Timido, imbranato, diverso, inadeguato, cocciuto. Mentre rispondo mi rendo conto che sono così tutt’ora. Per quanto riguarda il viceversa penso di aver imparato da Gianni Malinverno la forza che trova nel finale, la volontà di andare avanti per la propria strada senza piangersi addosso.
Sono passati 15 anni tra la prima stesura del libro e la pubblicazione. Te la sei presa comoda o hai dovuto lottare perché ti notassero?
Ho lottato per un anno poi ho lasciato perdere, sbigottito dall’assurdità del mondo editoriale. La pubblicazione di Malinverno ha subito delle vicende più surreali del romanzo stesso. Ho scritto un racconto, Curriculum Vitae, in cui le racconto tutte. L’ho inserito nel mio blog ed è qui. Per quattordici anni il romanzo è rimasto in un cassetto. Ogni tanto lo prendevo in mano, leggevo dei pezzi, sospiravo pensando che in fondo non era male, ma che dovevo riscriverlo. Poi però si faceva ora di cena e rimandavo. Finché lo scrittore Matteo B. Bianchi, che all’epoca lo aveva letto, ha creato il legame con Zandegù. A quel punto non ho avuto più scuse, mi sono preso una settimana di ferie dal lavoro (con immenso sdegno della mia personalità logica) e l’ho riscritto dall’inizio alla fine, rispettando i contenuti e la trama e lavorando unicamente sulla forma.
Di solito gli scrittori non riescono a vedere obiettivamente le loro creature se non dopo molto tempo. Tu ti rendi conto di aver aperto uno spiraglio nel mondo del surreale? Per meglio dire, ti rendi conto che riesci a far sembrare normale che piante e rubinetti parlino?
Forse è perché per me è normale che piante e rubinetti parlino. Gli oggetti non sono inanimati, sono soltanto molto molto pigri. Colgo la loro espressione, la traduco in parole. Il lato negativo è che è faticosissimo buttare le cose, le vedo che mi guardano con l’espressione da ‘perché?! Cosa abbiamo fatto?!’ Quello positivo è che è impossibile sentirsi soli!
Ci spieghi Malinverno con 5 aggettivi?
Leggero, doloroso, speranzoso, disperato che si riassumono nel quinto e ultimo aggettivo: folle, nell’accezione più coraggiosa possibile.






evviva la follia fabio e meno male che c'è!