Niccolò Ammaniti, la video intervista su Repubblica.it
Che la festa cominci di Niccolò Ammaniti è uscito il 27 ottobre con Feltrinelli ed è già cominciato il passaparola.
Poiché non abbi
amo problemi di par condicio, possiamo liberamente confessare che Ammaniti è uno degli autori che leggiamo a scatola chiusa. Certo, abbiamo fatto esperienza, è chiaro. Non è proprio un appuntamento al buio. Leggi Ti prendo e ti porto via, leggi Io non ho paura ed ecco là che capisci lo stile.
Il suo nome adesso è tra quelli de “gli scrittori” di oggi. Se non lo conoscessimo, diremmo che si sta commercializzando, che ormai potrebbe scrivere qualunque cosa e tutti lì a pendere dalle sue labbra. Ma non è vero, noi crediamo, perché Niccolò Ammaniti è proprio uno scrittore vero, di quelli che non amano apparire in pubblico, di quelli sinceri che ti parlano di fatica e sudore, non di quanto sia bello sedersi alla scrivania e creare un capolavoro.
Modestia, creatività, intelligenza. Lui ce le ha e la prova è in questo video. Dura tanto, è vero, ma ci sono delle chicche da non perdere…






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I personaggi sono stati presentati nella prima parte con toni piuttosto marcati, calcando molto la mano sui loro difetti, le loro debolezze, le loro meschinità. Ma ciò è consustanziato all’essenza del romanzo satirico, che si estrinseca proprio, di solito, nell’esagerare gli elementi da mettere in ridicolo. Alcuni passi sono davvero divertenti: in particolare mi ha divertita la scelta di definire ”carina” l’idea della profanazione di un cimitero (!). Mi piace quando l’umorismo scaturisce dall’accostamento di termini in palese contrasto tra loro. Anche perché ciò è molto spesso promettente, nei romanzi umoristici di un certo spessore, in riferimento a sviluppi di riflessione anche seri (e mi riferisco con ciò ai concetti espressi in tema di “sentimento del contrario” nel saggio “L’umorismo” di Luigi Pirandello).
Davvero divertente è stato anche l’episodio della presentazione del libro del premio Nobel ad opera dello scrittore Ciba: del tutto impreparato sull’argomento, ha saputo comunque inventarsi un intervento ad effetto che lo ha tolto dai pasticci e si è concluso con l’oscillare delle fiammelle degli accendini tra il pubblico, come ai concerti di musica pop ! Anche qui ho colto un esempio di divertimento non fine a se stesso, che si ricollega a quanto dicevo prima a proposito di Pirandello: in prima battuta, la reazione istintiva è quella del riso, ma subito dopo subentrano altre riflessioni, di carattere diverso. In questo caso: il funambolismo verbale di intellettuali, scrittori, critici, recensori, che potrebbe anche nascondere un vuoto di contenuti alla base ed essere solo un espediente per togliersi momentaneamente dagli impicci; e la creduloneria del pubblico, l’estrema facilità con cui è possibile trascinare ed entusiasmare un gruppo di persone che si lasciano acriticamente condurre sulle strade indicate dall’istrione di turno per i più svariati motivi (pigrizia intellettuale ? timore nell’ergersi come voce fuori dal coro ? acquiescenza passiva di fronte all’opinione espressa da altri ritenuti, a torto o a ragione, più meritevoli ?).
A un certo punto Ciba si interroga pensando “Quanto del mio successo lo devo ai libri e quanto alla televisione ?”. Mi sembra un interrogativo importante, soprattutto se lo riportiamo nel panorama della narrativa contemporanea, in cui molto spesso gli scrittori diventano anche uomini di spettacolo, ospiti o conduttori di talk-show, oppure si dedicano alla politica o ad altre attività, che ne incrementano la “visibilità” a livello mediatico. Se ciò sia un bene o un male non ho sicuramente io i mezzi per affermarlo: mi limito solo ad osservare che il cambiamento nell’immagine dello scrittore, rispetto agli scrittori di altri tempi, è stato radicale (e a volte il dubbio che ciò sia dettato in maggiore o minore misura da ragioni di marketing sorge spontaneo). Non importa andare a cercare esempi estremi come quello di Salinger (il primo che mi viene in mente, dato che se ne parla molto in questi giorni, dopo la sua scomparsa) per riconoscere quanta parte dell’immagine degli scrittori contemporanei dipenda dal loro mostrarsi attraverso i media, a differenza di quanto accadeva nei tempi in cui uno scrittore veniva valutato essenzialmente e direi anche esclusivamente in base a ciò che scriveva. Questo argomento è oggetto anche di una parte importante del libro di Alessandro Baricco “I barbari. Saggio sulla mutazione”: ve lo segnalo perché ci sono, secondo me, alcune considerazioni molto interessanti.
Con l’inizio della seconda parte si assiste a un progressivo cambiamento di toni che porta verso atmosfere noir quasi gotiche, solo a tratti interrotte da episodi che riprendono il tema satirico della prima parte (come il programma della festa che è veramente……..tutto un programma ! e come alcuni passi in cui si denota il patologico egocentrismo di Ciba).
La festa che credevo sarebbe stata il nucleo fondamentale del romanzo si è rivelata invece una circostanza di sfondo su cui costruire il quadro disarmante di una folla di persone vuote, tra le quali emergono Ciba e i membri della sgangherata setta satanica.
Mentre Mantos e gli altri attraversano una metamorfosi che li rende più umani e che li porta a riconsiderare il proprio ruolo e la propria idea di se stessi, Ciba non fa che aggravare la pessima immagine di sè che ha dato fin dall’inizio del romanzo. Si compiace di indulgere nel proprio senso di superiorità confrontandosi con le persone comuni che non hanno “la responsabilità di dover dire cose intelligenti all’umanità” (!); si interroga sull’opportunità di partecipare alla festa non valutando l’evento in sè ma in base alla ricaduta che avrebbe avuto sulla sua immagine pubblica (e quando avverte il contrasto tra il suo essere scrittore di sinistra e il partecipare a una manifestazione contestata dai centri sociali, pur di prendervi parte ugualmente per il proprio narcisismo, si autoconvince che lo farà solo allo scopo di scrivere poi un articolo di fuoco su Repubblica !); di fronte al precipitare della situazione, tra morti e feriti, non esita a pensare di essere al centro di una vendetta architettata contro di lui per i suoi attacchi alla lobby dei boscaioli finlandesi e alla cucina cinese (!) e si appropria del romanzo altrui per tornare alle vette del successo. Un personaggio davvero squallido e odioso, circondato da molti altri che gli somigliano, e che compongono un quadro disarmante e avvilente di quella fetta della società votata esclusivamente all’apparire.
Di speranze ne lascia poche questo romanzo: la principale è che l’autore si sia lasciato prendere la mano esagerando…..ma si avverte che le tinte surreali e satiriche che ha usato dipingono un quadro che non si distacca molto dalla realtà !